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Tecnologie e Società

 

Due flussi diversi per la prima migrazione nelle Americhe
15/10/2009

I primi americani diedero vita così a tutti i gruppi di nativi americani moderni del Nord, del Centro e del Sud del continente, con le importanti eccezioni delle popolazioni dei Na-Dene e degli Eschimesi-Aleutini delle regioni più settentrionali.

L'annosa questione della prima colonizzazione del continente americano non cessa di appassionare gli studiosi: l'ultima ipotesi, formulata da ricercatori italiani dell'Università di Pavia (http://www.unipv.it/), è ora pubblicata sulla rivista “Current Biology”, e prevede due diverse ondate di migrazione.

Più in dettaglio, dall'analisi di dati genetici sembra che una stessa popolazione sia arrivata in almeno due gruppi separati più o meno nello stesso periodo.
Dopo l'ultimo massimo glaciale, avvenuto tra 15.000 e 17.000 anni fa, un gruppo raggiunse il Nord America attraverso la Beringia, il lembo di terraferma che anticamente collegava l'estremo nordorientale della Siberia con l'Alaska.
Il secondo gruppo, invece, attraversò un corridoio tra due coltri di ghiaccio per arrivare direttamente nella regione a est delle Montagne Rocciose.

Questi primi americani diedero vita così a tutti i gruppi di nativi americani moderni del Nord, del Centro e del Sud del continente, con le importanti eccezioni delle popolazioni dei Na-Dene e degli Eschimesi-Aleutini delle regioni più settentrionali.

“I dati recenti ottenuti con le analisi dei reperti archeologici e ambientali suggeriscono che gli esseri umani abbiano messo piede sul suolo delle Americhe arrivando dalla Beringia circa 15.000 anni fa, e la diaspora avvenne lungo le coste del Pacifico liberate dai ghiacci”, ha spiegato Antonio Torroni dell'Università di Pavia. "Il nostro studio, per contro, si basa su uno scenario alternativo: due flussi migratori quasi concomitanti, entrambi dalla Beringia tra 15.000 e 17.000 anni fa, diedero origine alla diaspora dei Paleo-Indiani, i primi americani.”
La doppia origine dei nativi del nuovo continente ha notevoli implicazioni in molte discipline: per esempio, non c'è ragione per ipotizzare una singola lingua originaria per i primi migranti che avrebbe dato poi dato luogo a una straordinaria ricchezza linguistica delle popolazioni trovate dalle prime esplorazioni europee del XV secolo.

In questo nuovo studio (http://www.cell.com/current-biology/abstract/S0960-9822(08)01618-7), Ugo Perego e Alessandro Achilli, insieme con Torroni, hanno analizzato i resti di DNA mitocondriale di due rari aplogruppi, tipi mitocondriali che condividono un comune antenato materno. Tale frazione del materiale genetico della cellula è molto importante per tracciare le linee di discendenza e le migrazioni dei popoli del passato, dal momento che passa direttamente dalla madre alla generazione successiva.

In questo caso, è risultato che l'aplogruppo noto con la sigla D4h3 si è diffuso dalla Beringia verso le Americhe lungo la linea costiera del Pacifico, raggiungendo rapidamente la Terra del Fuoco, all'estremo sud del continente.

Il secondo aplogruppo, indicato come X2a, si è diffuso nello stesso periodo lungo il corridoio libero dai ghiacci tra due estese coltri glaciali dell'epoca: il Laurentide, che occupava i territori dell'attuale Canada e degli attuali Stati Uniti del nord, e quello della Cordillera del Pacifico, che sovrastava la terraferma dalle attuali regioni dell'Alaska, della British Columbia, del Montana, dell'Idaho e dello Stato di Washington. (fc)

Tratto da "Le Scienze" online

http://www.lescienze.it/














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