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Ripercorrendo l'epopea Napster. Storia di un mito o ricordo per una meteora?

di Francesco Cisternino

 

 

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Quello che segue è un sintetico excursus che riguarda un fenomeno straordinario che ha contribuito a cambiare in maniera probabilmente irreversibile la distribuzione, la pubblicizzazione e forse anche la vendita della musica nell'intero pianeta. Nessuno era mai riuscito a polverizzare contemporaneamente l'ottocentesca normativa sul diritto d'autore e le tradizionali filiere distributive della musica, conferendo oltretutto al mondo la speranza (o forse l'illusione), seppure per un periodo la cui durata appare misteriosa, del realizzarsi di un'equazione del tipo "tutta la musica, tutta gratis". Incredibile ma vero, Napster lo ha fatto. E lo ha potuto fare grazie alla diffusione di un formato, l'Mp3, perfettamente compatibile con lo sviluppo odierno di Internet.

In questa sede tenteremo quindi di comprendere come siano bastati poco più di due anni di iperattività a far tremare il regime oligarchico delle Big Five, vale a dire le cinque grandi case discografiche mondiali (Vivendi Universal, Bmg, Emi, Aol Time Warner, Sony) prima inespugnabili e a far impazzire i giudici americani, dimostrando come il recentissimo Digital Millennium Copyright Act sia in realtà una legge tutt'altro che precisa e aggiornata. Un terremoto giudiziario e commerciale, dunque, che continua a far discutere artisti, discografici, giuristi, massmediologi e soprattutto il pubblico dei fruitori di Internet e della musica in rete il quale, seguendo attivamente e in costante ascesa numerica l'evoluzione degli accadimenti, ha decretato il successo planetario e indiscutibile non solo di un software, quale Napster in effetti è, ma di un vero e proprio sistema di fruizione dei media, come dimostra la crescente "napsterizzazione" di un altro settore come quello dei videogames (1).

Il nostro sguardo è quindi rivolto al passato, ma con il preciso obiettivo di guardare oltre, di percepire cosa accadrà in quell'immediato futuro che mai come oggi è apparso così lontano e potenzialmente mutevole di cambiamenti e lo faremo ripercorrendo le cronache dei più prestigiosi periodici d'informazione americani ed europei.

 

Non un sito... ma allora cos'è?

Napster è un software di condivisione di file audio mp3 attraverso la rete ideato da Shawn Fanning, uno studente universitario diciannovenne poco convinto che abbandona presto le aule della Northeastern Boston University e nel gennaio del 1999 chiede allo zio John di aiutarlo nella commercializzazione di un software inventato assieme ad un amico conosciuto sul web. L'idea è semplice quanto geniale: quando l'utente che si collega alla rete attiva il programma, automaticamente avviene una connessione ad un server centrale (2) che svolge un ruolo simile ad un centralone, il quale in risposta lo informa di tutti gli altri utenti attualmente collegati in quel momento e che insieme formano la comunità Napster. Il software non fa altro, quindi, che leggere i titoli di ogni brano in formato mp3 nell'hard disk del computer e inviarli al server che li mette in archivio; chiunque altro sia collegato può compiere delle ricerche nello stesso archivio, mettere a disposizione i suoi mp3 e scaricare il brano che sta cercando dal computer di un altro utente attraverso un sistema "a ragnatela" ribattezzato peer to peer (3). Questo sistema è nato nella prima metà degli anni sessanta, nel corso del lavoro di un gruppo di ricerca incaricato dal Dipartimento della Difesa americano avente per obiettivo lo sviluppo di modelli di reti di telecomunicazioni in grado di "sopravvivere" ad eventi bellici quali conflitti nucleari o attacchi al territorio degli Stati Uniti da parte di forze nemiche. Il modello è così denominato perché risulta essere fortemente simmetrico e quindi non gerarchico.
Ricapitolando, l'applicazione del modello peer to peer in Napster avviene attraverso un bypassaggio del server centrale, che abilita due soggetti locali a scambiarsi direttamente i file Mp3.

La diffusione a macchia d'olio di questo software passa sotto gli occhi di tutti: nel giro di pochi mesi coloro i quali lo utilizzano regolarmente diventano milioni e i brani in archivio sono centinaia di migliaia, di ogni genere, qualità e tipo. E la RIAA, vale a dire la potente associazione che raggruppa le case discografiche americane, non tarda a farsi sentire: Napster, a suo dire, viola apertamente le norme sul diritto d'autore, incentivando l'illegalità. La citazione ufficiale in giudizio presso la corte di San Francisco nel dicembre del 1999 apre ufficialmente una guerra davvero memorabile per i suoi caratteri di attualità e complessità.

La replica di Napster si esprime attraverso una tesi secondo la quale l'uso prevalente del software non sarebbe rivolto a materiale protetto da copyright; cosa che appare in verità abbastanza improbabile in quanto il grosso successo dipende dalla possibilità immediata di reperire qualsiasi hit, quando non intere discografie, degli artisti più conosciuti e di scaricarli gratuitamente in un tempo che può oscillare fra i tre e i trenta minuti, secondo la velocità di connessione. Poco tempo ancora ed ecco una nuova versione della difesa: non dipende da noi, dice l'azienda, se gli utenti fanno un uso illecito del software. L'avvocato di grido David Boies, arruolato nel giugno del 2000, cita il precedente di una causa favorevole alla Sony, passata indenne una decina d'anni prima dall'accusa dell'industria cinematografica di rendere praticabile la copia dei film con l'introduzione dei vcr betamax.

Napster è ormai un'azienda dal calibro non comune, con quaranta dipendenti ma praticamente nessuna entrata economica, se non fosse per i forti investimenti borsistici che riguardano il titolo: solo un mese prima, a maggio del 2000, il venture capitalist Hummer Winblad aveva investito la bellezza di 15 milioni di dollari uno sull'altro su questo titolo-bomba. Come potrebbe essere possibile per un'azienda di questo tipo, si chiedono gli analisti, sopravvivere a certe multe gigantesche che sembrano avvicinarsi in maniera insistente?

 

Mp3.com e Gnutella: cos'hanno in comune con Napster?

Contemporaneamente si fanno spazio altri Napster-cloni, due dei quali cominciano ad essere seguiti con particolare attenzione sia dai fan della musica gratuita, che ormai si contano attorno ai trenta milioni, sia dai cronisti tecnologici delle riviste online americane e del resto del mondo. Uno di questi, Gnutella, è sviluppato da NullSoft e può vantare un paio di caratteristiche assolutamente fondamentali e innovative: permette lo scambio di altri tipi di file oltre mp3 e, sebbene lievemente più macchinoso nel funzionamento, non è giuridicamente perseguibile perché la condivisione dei file non passa attraverso alcun server. Il fatto di essere open source lo rende inoltre assolutamente incontrollabile tant'è che America On Line - proprietaria di NullSoft e fresca di joint venture con il gruppo Time Warner -, resasi presto conto di avere una serpe in seno di dimensioni potenzialmente gigantesche, non riesce a bloccarla in alcun modo (4). Il software diventa popolarissimo, fino a diventare il prosecutore naturale dell'opera di Napster.

L'altro similNapster, Mp3.com, riscuote un successo altrettanto imponente, finanziario oltre che di pubblico per via di una brillante collocazione in borsa avvenuta nel luglio del '99. Ma anche in questo caso, le maglie delle norme sul diritto d'autore si rivelano inesorabili. Citata in giudizio da due colossi quali Warner e Bmg, l'azienda esce dalla prima tornata subendo una pesante sconfitta e tenta subito di patteggiare. A tal proposito, andiamo a rileggere le puntuali cronache della rivista americana The Standard (5):

 

Le due label hanno quantificato le loro richieste per la violazione delle norme sul copyright in una somma che si aggira complessivamente sui quaranta milioni di dollari. Esse emettono inoltre una licenza che consente a MP3.com di continuare a fornire il controverso servizio "My MP3.com", il quale può conferire l'accesso illimitato ai navigatori sulle registrazioni caricate in rete ma dietro pagamento dei diritti per ciascun brano scaricato o trasmesso in streaming. All'inizio era possibile inserire un qualsiasi cd nel drive e diffonderne instantaneamente i brani attraverso il proprio locker (una sorta di armadietto virtuale, ndt), così come si poteva acquistare online un cd e trasferirlo direttamente nel locker. Questo ha sconvolto la RIAA, vale a dire l'associazione che raggruppa le case discografiche americane: per realizzare il trasferimento istantaneo MP3.com ha creato un database composto da oltre 45 mila brani, in verità coperti dal diritto d'autore, e tutto ciò senza alcun permesso dagli aventi diritto. La RIAA ha per questo intentato un'azione legale contro MP3.com, ma questa si é appellata al fatto che l'operazione rientrasse nel cosiddetto "fair use", poiché permetteva la copia dei brani ma solo per uso personale dei consumatori.
In un pronunciamento parziale che risaliva all'aprile del 2000, il giudice distrettuale Jed Rakoff aveva smontato questo e altri argomenti, asserendo che "la violazione dei diritti del querelante è palese". Il pronunciamento aveva dato il via ad un giudizio contro MP3 che, nel caso in cui fosse stata riconosciuta l'intenzionalità nel reato da parte di questa, poteva quantificarsi in fior di milioni di dollari. Proprio per evitare questa possibilità MP3.com è scesa a patti con la Warner e con la BMG. (...)
Benché i termini esatti dell'accordo non siano stati resi noti non é difficile calcolare che anche una quota minima per ciascun brano caricato o trasmesso in streaming potrebbe trasformarsi in somme di denaro nell'ordine di decine di milioni di dollari. Richards sostiene che saranno la pubblicità e le ulteriori vendite dei cd (il sito, a differenza di Napster, vende cd e banner pubblicitari, Ndt) a far recuperare gli enormi costi e non vi saranno iscrizioni a pagamento. Nell'accordo vi è anche scritto che le due major in questione venderanno i propri dischi attraverso MP3.com.
Il patto stilato potrebbe causare uno strappo nelle negoziazioni in corso tra le major e altre compagnie che si ocupano di musica in formato digitale. Jonathan Potter, direttore esecutivo della Digital Media Association, ha portato avanti le trattative per conto di Launch Media (LAUN), Spinner.com e MyPlay.com, il diretto concorrente di MyMP3. È lui a dire: "Ci sono una serie di compagnie che hanno passato molto tempo aspettando che i loro patti arrivassero ad una conclusione. Le etichette stanno cercando di affrettare i tempi".
MyPlay, che ha completato recentemente una raccolta fondi da 18 milioni di dollari, ha avuto in questi mesi una trattativa con Yahoo che intendeva rilevarlo, allo scopo di fornire agli utenti del portale un accesso diretto ai brani musicali.

Ma torniamo alla strana creatura di Shaw Fanning. A luglio del 2000 arriva la sentenza dalla corte di San Francisco, che accoglie la richiesta di giudizio della RIAA e impone a Napster di far terminare qualsiasi circolazione non autorizzata di brani musicali coperti da diritti d'autore. Poche ore prima che il responso del giudice Marilyn Hall Patel diventi effettivo, una corte d'appello emette una sospensione che permette in qualche modo la sopravvivenza dell'azienda più irriverente nei confronti del diritto d'autore mai apparsa. Il destino sarà ben più pesante per Mp3.com che poco dopo si ritrova con un'altra somma ingentissima da pagare, questa volta alla Emi (un patteggiamento da circa 40 miliardi), per poi arrivare a settembre con una nuova sentenza ed una multa fantascientifica alla Universal che ammonta a ben 118 milioni di dollari.

 

I cantanti si fanno sentire: favorevoli e contrari

Nel pieno delle polemiche, anche gli artisti fanno sentire la propria voce: tra i primi a schierarsi in maniera netta contro Napster vi sono i Metallica e Dr. Dre, scatenando le ire dei fan che per protesta vendono all'usato i loro dischi. Ma non molto dopo una lauta serie di artisti si schiera a favore, fra i quali i Limp Bizkit, Courtney Love e addirittura il genio di Minneapolis.

  Secondo Chuck D dei Public Enemy, Internet rappresenta un mezzo per far progredire le arti sottraendone il controllo alle major discografiche, che da anni agiscono in una sorta di controllo monopolistico del mercato. Attraverso Napster, Gnutella e la rete stessa in generale è quindi possibile promuovere artisti che non hanno la fortuna di essere spinti dalle principali radio o da Mtv. Le vecchie norme sul diritto d'autore, dice il rapper, sono ormai superate: l'ASCAP (l'equivalente della SIAE negli USA) deve dire addio alle royalty sulla rete e pensare invece alle nuove possibilità di promozione per gli artisti (6).

Successivamente anche i Radiohead, il cui disco "Kid A" era già reperibile su Internet con circa venti giorni di anticipo rispetto all'uscita prevista nei negozi, non ostentano un atteggiamento ostile verso la società di Redwood City, California.

  Non vorrei difendere quelli che hanno fatto soldi con la nostra musica, ma in ogni caso la cosa più importante è venire incontro alle tecnologie e non tapparsi occhi e orecchie come hanno fatto molte case discografiche", replica il bassista della band Colin Greenwood al programma della BBC "Newsnight". "Per quanto ci riguarda, le nuove tecnologie hanno rappresentato una grossa possibilità di rinnovarci: abbiamo suonato dal vivo online, abbiamo trasmesso dal nostro studio in diretta le immagini con una webcam, abbiamo realizzato dei video con costi bassissimi rispetto a quelli usuali", ha aggiunto il componente della band. Greenwood ha anche citato l'esempio del tour che la band ha compiuto in giugno e luglio, le cui registrazioni audio sono divenute disponibili da subito su Napster. La band ha suonato alcuni brani in anteprima, e nelle tappe successive "il pubblico conosceva già i testi di tutti i brani nuovi. È stato favoloso", ha detto Greenwood (7).

I dibattimenti procedono e il due ottobre dello stesso anno una commissione formata da tre giudici della Nona corte d'appello degli Stati Uniti ascolta i pareri di entrambe le parti sulle basi risoluzione precedente (8). Il trentuno di ottobre le agenzie di stampa battono una notizia estremamente interessante: viene reso ufficiale un accordo tra il gruppo Bertelsmann, proprietario del marchio BMG, e Napster secondo il quale la casa discografica versa nelle casse della società la bellezza di 60 milioni di dollari da utilizzare per la realizzazione di efficaci misure antipirateria nel software.

 

(...) L'accordo annunciato fra Napster e Bmg Records alimenta però più domande di quelle a cui dovrebbe dare risposta. Tanti sono i dubbi su che cosa cambierà sulla contesa legale tra il software di scambio di musica digitale (Napster) e le case discografiche (come Bmg, del gruppo Bertelsmann), e su che cosa succederà alla distribuzione tradizionale. Le altre quattro major seguiranno l'esempio della Bmg? La sterminata comunità di utenti di Napster dovrà cambiare le sue abitudini? E come? Queste domande sono per ora senza risposta, legate alla definizione dei dettagli dell'accordo e alla verifica del suo funzionamento sul campo, che in Internet è sempre un'incognita.
Quali sono le cose chiare, allora? La prima è che il fronte "retrogrado" della discografia ha ceduto, cosciente che il muro contro muro, con la capacità internettiana di ridurre i muri a colabrodo, era perdente. Dunque una vasta area di tolleranza dell'uso gratuito della musica resterà. La seconda cosa chiara è che al tempo stesso l'avanguardia rivoluzionaria della nuova tecnologia ha ceduto, perché tutte le idee di questo mondo e di quello che verrà non possono ribaltare la realtà industriale organizzata e la forza delle sue regole. Le major discografiche sono più forti di un software spartito da trenta milioni di utenti, per quanto rivoluzionario (...). E hanno leggi, norme sul diritto d'autore e giudici che le fanno forti.
Un'altra cosa chiara è che l'accordo Napster-Bmg porta ossigeno ai due contraenti. In forma di accesso a una comunità oceanica per Bmg, in ritardo rispetto alle altre etichette che avevano già trovato dei partner per la distribuzione della musica online. Bmg ora le sorpassa alla guida della macchina più veloce di tutte. E in forma di soldoni sonanti per Napster, che riceve un investimento sinora non reso pubblico ma senz'altro cospicuo, e una promessa di abbandono della causa legale da parte di Bmg, una volta che la collaborazione si sia concretizzata. Con la ciliegina in più di una dichiarazione dei vertici di Bertelsmann, proprietaria di Bmg, che nega che Napster danneggi le vendite tradizionali, uno dei noccioli della questione in tribunale.
E da questo particolare si comprende come Bertelsmann abbia scavato Bmg (alla conferenza stampa c'erano solo i rappresentanti della società maggiore) e il suo oltranzismo processuale contro Napster. Bertelsmann possiede già quote di Cdnow, Barnes & Noble e Getmusic e crede nel rapporto con le grosse comunità di utenti registrati. Bmg era allineata con il fronte schiaccia-Napster della Riaa (l'associazione dei discografici americani), ma era rimasta la più indietro nell'indagare soluzioni alternative per l'accesso alla musica digitale.
Quanto alla domanda su che cosa succederà, si deve pazientare. Il giudizio legale sulla chiusura di Napster può arrivare da un giorno all'altro. Le modalità di collaborazione fra le due società sono misteriose: Bmg potrebbe fornire il proprio catalogo (il quarto nel mondo) in una zona extra a pagamento (i cinque dollari mensili di cui si parla sono una vecchia proposta dell'avvocato Boies, di Napster). Ma senza l'adesione al progetto da parte delle altre case discografiche, le chance di riuscita sono assai dubbie.

 

An indecent proposal

La paventata alleanza di due partner così inconsueti suscita degli effetti da interpretare con attenzione. Le altre quattro major reagiscono in maniera piuttosto fredda ad un'offerta proposta da parte di Napster, consistente in un miliardo di dollari in royalty da distribuirsi per cinque anni oltre al proposito di far pagare ai fruitori del software una cifra da stabilire, che dovrebbe in ogni caso oscillare fra i 3 e i 10 dollari al mese. Quello che sostanzialmente non convince le case discografiche è l'idea di lasciare i diritti dei cataloghi ad un servizio che non possono controllare in maniera diretta e che soprattutto risulta ancora impantanato in un'illegalità conclamata, sebbene sia possibile ravvisare da qualche tempo una inversione di rotta. Napster ha cominciato infatti a sviluppare dei filtri testuali, sviluppati dalla Gracenote, che escludono i brani dal proprio catalogo controllando i titoli completi che vengono indicati dalle case discografiche. E così, dalle 22:40 di domenica quattro marzo 2001, diventa impossibile scaricare un numero di file audio non precisato ma sicuramente consistente. I riscontri sono evidenti: inserendo il titolo "Fade to black" dei Metallica vengono fuori solo quattro tracce, per "I'm the walrus" dei Beatles a malapena diciassette. Calano drasticamente anche i titoli di Jimi Hendrix, di Dr. Dre mentre rimangono ben salde le hit di Britney Spears e Eminem, ma anche i pezzi di Replacements e Broadcast. Plaude ovviamente la Riaa, pur mantenendosi su di una posizione abbastanza guardinga. "Ci aspettiamo che sapranno onorare quanto hanno dichiarato davanti alla corte", dice la presidentessa Hilary Rosen riferendosi agli impegni assunti pochi giorni prima dalla società difesa da Boies per dimostrare la propria buona volontà ai giudici (9). Nell'occasione, il legale aveva puntualizzato che Napster si sarebbe dichiarata disponibile ad escludere tutti i brani indicati uno per uno dalle varie label, ma solo dopo che queste ne avessero verificato l'avvenuta circolazione illegale online. I filtri, però, fanno ancora acqua da molte parti, visto che gli utenti approfittano di titoli comprendenti caratteri non ortodossi per svicolare ai controlli: il brano già citato in precedenza dei Metallica, ad esempio, riesce a circolare senza problemi se indicato in catalogo con il nome "Fade 2 black". Altri utenti ricorrono a criptaggi più raffinati, utilizzando in particolare il servizio offerto da www.timwilson.org.

Da San Francisco il giudice Patel dimostra implicitamente di aver ritenuto adatta la soluzione approntata, visto che il martedì seguente ordina a Napster di rimuovere i brani coperti dai diritti d'autore entro tre giorni, chiedendo prima però alle case discografiche di indicare testualmente tutti i titoli da eliminare, gli autori e il nome del file associato con la violazione dei diritti d'autore compiuta dai fruitori del servizio. Inoltre, va anche certificato ufficialmente per ogni titolo la proprietà dei diritti. Così facendo, il giudice ha accettato in pieno quella soluzione "soft" proposta dalla società sotto accusa, considerando che un'interpretazione restrittiva ne avrebbe implicato la chiusura automatica; allo stesso tempo, introduce una grossa concessione alle case discografiche permettendo loro di proteggere anche i brani non ancora usciti e "trafficati" sul network.

Si è finalmente arrivati ad una soluzione che pare soddisfare tutti: da un lato il CEO di Napster Hank Barry, che approfitta per rinfrancare il nuovo corso dell'azienda e l'impegno per rispettare i patti; dall'altro la RIAA, che a nome dell'oligopolio mondiale della musica accetta con sufficiente convinzione il pronunciamento del giudice. Ma la causa in corso, non scordiamolo, non è affatto finita. Napster continua a tentarle tutte per raggiungere dei solidi accordi con tutte le major, ben consapevole del fatto che il rischio di pronunciamenti negativi è ancora potenzialmente molto elevato e ancora di più lo è il rischio di multe pesantissime. L'accordo con il nemico si profila da tempo come l'unica via di salvezza esistente.

Le Big Five pubblicano subito una lista comprendente 135 mila brani, che scompaiono regolarmente dalla rete entro i tempi prestabiliti (10).

 

Gli scenari si ridefiniscono

Le major discografiche, dal canto loro, cercano di perseguire delle alleanze interne per la distribuzione online autonoma della loro musica e ci riescono con MusicNet e Duet, due streaming media provider creati rispettivamente da Emi e Time Warner da una parte e da Sony Music Entertainment e Universal Music Group dall'altra. Inaspettatamente, il cinque giugno di quest'anno circola con insistenza la notizia secondo la quale Napster avrebbe raggiunto un accordo commerciale con MusicNet per l'utilizzo di un nuovo servizio sviluppato da RealNetworks assieme a AOL Time Warner, Emi e Bmg, attraverso il quale vendere i brani di www.musicnet.com. Ma questo, dice una nota emessa dalla Warner, potrà avvenire solo quando Napster avrà dato prova di operare in maniera assolutamente legale e soprattutto di aver sviluppato un sistema capace di seguire accuratamente l'identità dei singoli file sul servizio. Secondo l'accordo, confermato ufficialmente il giorno dopo durante una conferenza stampa, gli utenti di Napster potranno prima sottoscrivere il servizio "basic" offerto loro dalla società, che permette di scambiare dei file di label indipendenti e di brani autoprodotti; poi, dietro pagamento di una quota ulteriore (nessuna delle due ancora specificata), potranno anche scaricare un numero limitato di brani tra quelli a disposizione su MusicNet.

  "MusicNet sta progettando una piattaforma che aiuterà i consumatori che hanno già avuto esperienze con Napster a trovare, acquistare e fruire di musica in maniera lecita, sicura e non lesiva per gli artisti e per i detentori dei diritti d'autore", spiega il CEO di RealNetworks e di MusicNet Rob Glaser.

Napster sembra poter quindi ritornare alla ribalta utilizzando l'arma che ancora gli è rimasta, vale a dire l'enorme popolarità conseguita in questo periodo di (iper)attività per mantenere una certa posizione di forza nel corso della negoziazione con il regime oligarchico consolidato del disco. Il tutto, non dimentichiamolo, dopo le pesanti ripercussioni di una battaglia legale estenuante che stava proseguendo con la cancellazione dal servizio di moltissimi brani coperti dai diritti d'autore e, di conseguenza, con la fuga generale di una buona parte degli utenti. Nei mesi passati, infatti, Napster aveva aggiunto progressivamente dei filtri più potenti per bloccare il commercio illegale di brani musicali. Alle prime versioni facilmente aggirabili ne è seguita una più raffinata, che ha reso molto difficile il reperimento dei brani indicati dalle major.

Un po' di numeri: secondo i dati resi noti in questi giorni da Webnoize, il numero medio di file condivisi per persona è sceso drasticamente dai 220 del febbraio scorso ai 21 di maggio. Nello stesso periodo il numero complessivo di file musicali trafficati sul sito è passato da due miliardi e settecentonovanta milioni a trecentosessanta milioni. Alla drastica diminuizione dei file è conseguito un decremento imponente nell'utilizzo del servizio. Sempre secondo Webnoize la media degli utenti in simultanea è scesa da un milione cinquecentosettantamila a circa ottocentoquarantamila. In più, l'87 per cento di un campione di 3000 intervistati ha dichiarato che se avrà luogo l'introduzione da parte di Napster di una quota per l'utilizzo del sistema farà utilizzo di altri servizi di condivisione di file audio. Questo atteggiamento dei consumatori potrebbe rivelarsi pericoloso per il servizio appena delineato dall'accordo con MusicNet. Una versione di Napster a due livelli potrebbe esporre i consumatori a due sistemi di sicurezza separati, visto che sia Napster sia MusicNet lavorano con differenti tecnologie antipirateria di loro proprietà (11).

E l'intesa con Bmg di cui si accennava in precedenza? Al di là dell'intesa con il sito web CdNow, di proprietà Bertelsmann, che risale al febbraio scorso, fonti non confermate asseriscono che nel caso in cui Napster riuscisse a realizzare un servizio legale e sicuro, Bertelsmann sarebbe disponibile a rilevare la maggioranza della proprietà della compagnia e a far cadere definitivamente la causa in tribunale.

 

Dall'ira dei giudici verso i ripari tecnologici

I filtri per titoli, come abbiamo visto, si sono rivelati decisamente inefficaci ma pare finalmente profilarsi una nuova soluzione per merito della Loudeye Technologies. Il meccanismo di funzionamento del sistema, denominato "digital fingerprints", appare relativamente semplice: ai brani da tutelare vengono apposte delle "impronte digitali" che ne permettono l'identificazione attraverso il confronto delle frequenze d'onda con i brani in circolazione. Se dal confronto si evince che il pezzo scelto risulta protetto dai diritti, questo viene immediatamente cancellato. Il meccanismo non farebbe una grinza, ma bisogna considerare il fatto che i differenti fattori di compressione possono cambiare leggermente il suono e quindi rendere il sistema inefficace. Cominciano i test che si profilano lunghi e complicati, viene data notizia di una collaborazione in corso (12).

Intanto l'emorragia di utenti che Napster subisce continua ad aumentare, a favore della concorrenza: i più accreditati sembrano essere Aimster, AudioGalaxy, l'israeliano iMesh, il già citato Gnutella, con i suoi due software BearShare e l'acclamato LimeWire che risulta anche essere il primo client (13) per lo scambio di file sviluppato completamente in Java (14), Open Nap Network e infine Kazaa - Music City Morpheus. Nessuno di questi utilizza dei filtri per la tutela dei diritti d'autore. I primi tre sono decisamente simili a Napster per meccanismo di funzionamento, nel senso che si avvalgono di un server centrale; oltre ad avere un'interfaccia molto indovinata, sono facili da usare e hanno mediamente circa due/trecentomila utenti. Qualcuno, come AudioGalaxy, comincia ad avere problemi di sovraffollamento e quindi si riscontra una certa lentezza nell'utilizzo; secondo i dati forniti da Nielsen/Net Ratings, il numero di visitatori del sito è cresciuto dai 477 mila circa di aprile al milione scarso del mese successivo; l'aumento imprevisto ha causato problemi al server, rallentando i servizi (15). Gli altri hanno la caratteristica di essere peer to peer perfetti, il che li rende decisamente inespugnabili da un punto di vista legale. Senza un server centrale identificabile da cui passano tutti i brani, qualunque utente diventa effettivamente un server. Il fatto che comunque nessuno di questi spicchi davvero il volo in termini di utenti indica che dal punto di vista di costoro vi è una certa uniformità delle tipologie di servizi offerti; le differenze riguardano semplicemente i tempi utilizzati per lo scaricamento dei brani. Una eccezione importante è l'Open Nap Network che, supportando un software denominato Napigator, frammenta l'utenza in una rete interna estremamente veloce ed efficace (16). In buona sostanza, dunque, sembra non essere ancora arrivato l'erede di Napster.

 

È ufficiale, Napster cambia corso

Arriva finalmente l'annuncio ufficiale: è finito il periodo della musica gratuita, Napster diventa un servizio a pagamento. Il prezzo indicato oscillerebbe fra i 7 e i 14 dollari (ma qualche tempo dopo verrà indicato attorno ai cinque). In una conferenza stampa tenuta a Londra, i dirigenti della società annunciano le nuove intenzioni in concomitanza con l'ufficializzazione di un accordo commerciale, negoziato grazie all'Associazione dei musicisti indipendenti (AIM), secondo il quale i brani in catalogo di circa 150 etichette indipendenti europee, tra le quali le scuderie di artisti del calibro di Moby, Belle and Sebastian e gli irlandesi Ash, diventeranno disponibili per gli utenti di Napster dietro abbonamento, fermo restando però che non potranno masterizzare le tracce su cd e la qualità audio dei brani sarà ridotta. Ci vorranno almeno quattro mesi perché l'intesa riesca a concretizzarsi, ma entrambe le parti si dicono molto soddisfatte (17).

Purtroppo la gioia dura poco, arrivano altri guai: all'udienza di mercoledì 11 luglio il giudice Patel ordina alla creatura di Shawn Fanning l'interruzione del servizio. Sebbene l'azienda avesse garantito che con il nuovo sistema approntato si potesse garantire un'efficienza vicina alla perfezione, con soli 174 brani scoperti fuori legge su oltre 950 mila, il giudice impone una tolleranza zero quantomai letterale: un solo brano è sufficiente per interrompere il servizio. In più la Patel invia dalle parti di Redwood City un tecnico da lei nominato, A. J. "Nick" Nichols, il cui compito sarà quello di controllare il lavoro realizzato da Napster assieme allo staff tecnico di Loudeye e consigliare eventuali miglioramenti. In un documento di novantasei pagine consegnato qualche tempo dopo alla corte federale in cui l'azienda dimostra i suoi buoni propositi e le ingenti risorse utilizzate per garantire la legalità (uno staff di 40 ingegneri, investimenti per due milioni abbondanti di dollari), Nichols verrà pesantemente accusato di compiere il suo lavoro in maniera sin troppo zelante, ben al di là di quanto prescriva il suo ruolo di technical advisor (18).

Il "black-out" del sito erà già cominciato dai primi di luglio, ufficialmente per via di miglioramenti tecnici in corso. In più da qualche tempo i problemi di utilizzo erano diventati enormi: verso la fine di giugno Napster aveva rilasciato la versione 10.3 del software che, tentando di integrare i nuovi filtri, rendeva assolutamente inutilizzabile le versioni precedenti, cancellando anche brani non registrati negli elenchi pubblicati dalle case discografiche. I numeri di Webnoize parlavano chiaro ancora una volta: i ventuno file condivisi per persona nello scorso maggio erano scesi ad uno, quasi tutti i brani sono scomparsi nel nulla, gli utenti sono scesi da ottocentoquarantamila ad un massimo di centocinquantamila. È un disastro epocale per l'inservibile Napster, i tempi dei milioni di utenti sembrano sideralmente lontani. Non ci scordiamo che, secondo uno studio pubblicato dalla PC Data, circa il 25 per cento degli utenti internettiani dell'intero pianeta ha scaricato in vita sua almeno un brano da Napster (19). La vendetta delle case discografiche si è concretizzata nella maniera più rigida; ma può finire così rovinosamente quello che sembrava un gigante inespugnabile?

Certo, si registra pochi giorni dopo una sentenza della 9th Circuit Court of Appeals di San Francisco che blocca quella del giudice Patel, ridando un po' di fiato alla società. I giudici argomentano l'intervento asserendo che riconoscono il fatto che non ci si trovi davanti ad una scienza esatta, per cui è pensabile che un minimo di tolleranza sia mantenuta. Ma la sostanza non cambia, l'unico elemento rilevante è la ripetuta difformità di vedute fra due segmenti diversi della giustizia americana, l'uno più rigido, l'altro lievemente più accomodante: per la seconda volta una sentenza del giudice viene bloccata pochissimo tempo dopo la sua esecuzione. Forse si tratta di questioni di lobby e amicizie influenti, forse di prassi differenti nell'applicazione delle norme. Non sta a noi scoprirne le ragioni, quello che ci interessa è che l'azienda naviga davvero in brutte acque. La nuova udienza è fissata per il 9 Agosto (20), Napster intanto sceglie di rimanere "spenta".

Non pochi si sono chiesti se il fenomeno Napster e affini abbia influito sul volume di vendite dei cd: le cifre sono assolutamente discordanti, con fonti che parlano di una diminuizione del giro d'affari attorno al 5 per cento (21) e altre che addirittura parlano di un lieve aumento del volume complessivo delle vendite: nell'estate del 2000, la Wharton Business School of Administration ha pubblicato una ricerca che ha fatto scalpore, dove si sosteneva che lo scambio di mp3 non danneggia le case discografiche e anzi incrementa la vendita di cd. Con precise statistiche dimostravano che chi scarica musica dal web continua ad acquistare i dischi o addirittura ne compra di più (22).

Probabilmente per avere dati più affidabili dovremo attendere all'inizio dell'anno prossimo. Le variabili da considerare sono veramente tante, non ultime il fenomeno dilagante dei masterizzatori, per mezzo dei quali è possibile creare copie dei cd a prezzi irrisori e il fatto che la condivisione di file audio riguarda in particolare la Popular Music, molto meno la musica "culta" europea e afroamericana: per questa ragione sarebbe importante comparare i singoli settori per poter avere un'idea più ampia e attendibile.

Il nuovo amministratore delegato di Napster, Konrad Hillbers, già ad AOL e a Netscape Communications, ha sostanzialmente confermato le strategie approntate in questi mesi dalla società: il corso ormai legale di cui sopra, l'accordo con MusicNet, uno nuovo con l'etichetta indipendente Zomba, per la quale hanno inciso Britney Spears, R. Kelly, Jazzy Jeff & The Fresh Prince e molti altri. Davvero poche le novità, vale a dire un certo interessamento per i brani messi fuori catalogo dalle etichette e l'inedito riconoscimento dei diritti delle case discografiche (23). Hillbers sa bene che Napster si deve ancora guadagnare la salvezza, vale a dire la pioggia di miliardi che arriverà da Bertelsmann se le controversie si risolveranno.

Un elemento del tutto nuovo, questo sì davvero interessante, è la messa in cantiere di un nuovo formato audio, il NAP che a dire dell'azienda diventerà il sostituto di Mp3. Tuttavia le notizie rilasciate al proposito sono scarse, bisognerà attendere del tempo per capire di che cosa si tratti precisamente (24).

 

Musica in rete, cosa succederà?

E giungiamo all'oggi. La società americana sta portando avanti un patteggiamento con le case discografiche, riconoscendo cifre ammontanti a circa 26 milioni di dollari per avvenute violazioni di diritti. in più, è tuttora in corso una trattativa con la National Music Publishers Association per l'uso futuro di circa 700 mila brani coperti da copyright. Si tratta di un affare da circa dieci milioni di dollari.

La domanda che ora tutti si pongono è questa: Napster è inattiva da mesi, i suoi fruitori sono tutti emigrati altrove per scambiarsi i brani in santa pace senza alcun filtro. Perché mai dovrebbero ritornare, perdipiù pagando un abbonamento? Mistero. Eppure i dirigenti dell'azienda credono molto in questo progetto, dicono di essere certi del fatto che sarà un grande successo trainato dall'indiscutibile e popolarissimo marchio di fabbrica. Grazie al finanziamento di Bertelsmann ormai sbloccato, l'azienda di Redwood City sta spendendo fino all'ultimo cent in ricerca e sviluppo, anticipi alla AIM (quattro milioni di dollari per conferire una certa sicurezza agli autori) e risoluzione di contenziosi (25). Eppure, le possibilità di riuscita sono minime perché i vecchi fan hanno ormai ormeggiato in porti franchi a prova di bomba, che nessuno è ancora riuscito a scalfire. Concludendo, le case discografiche avranno sì costretto Napster ad una resa, ma i suoi nipotini sembrano veramente imbattibili. Sarà meglio per loro che si inventino nuovi servizi, perché il diritto d'autore sembra essere finalmente morto. Nothing lasts forever...

 

Note finali

Ringrazio per la cortese collaborazione e assistenza Pier Luigi Capucci, direttore di Noema e Massimiliano Neri, preziosissimo dispensatore di consigli e suggerimenti ormai da lungo tempo.

 

Le fonti:

www.thestandard.com

www.hotwired.com

www.cnet.com

www.redherring.com

 







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