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Tecnologie e Società

 

Autore: Mario Costa
Luogo: Milano
Editore: Costa&Nolan
Anno: 2007
Lingua: Ita
Allegati: nn
Prezzo: € 16,40
ISBN: 8874370733

La disumanizzazione tecnologica. Il destino dell’arte nell’epoca delle nuove tecnologie
Recensione di Antonio Tursi


Arte e nuove tecnologie: è questo un binomio che Mario Costa va indagando da qualche decennio. In Italia si deve a lui – come giustamente rivendica – l’apertura di un campo di riflessione definibile “estetica dei media”. Un campo che ha suscitato particolare attenzione soprattutto negli anni Novanta con l’esplosione dei media digitali e reticolari. Un campo che Costa ha non solo aperto, ma anche continuamente esplorato per darci concetti ormai imprescindibili: dal sublime tecnologico all’estetica del flusso.

L’ultima esplorazione ci è resa in La disumanizzazione tecnologica. Il destino dell’arte nell’epoca delle nuove tecnologie (Costa&Nolan, Milano, 2007, pp. 127, euro 16,40). Un volume che tradisce in parte il suo sottotitolo in quanto il motivo principale intorno al quale ruota la maggior parte dei capitoli non riguarda il nostro presente a venire, bensì guarda indietro alle origini dell’arte che oggi ci troviamo di fronte. Costa infatti istituisce un ramificato confronto con le avanguardie storiche per rinvenire lì importanti anticipazioni dell’arte contemporanea.

Il ruolo delle avanguardie è dunque il motivo centrale del libro: «da trent’anni propongo un’interpretazione dell’avanguardia che la considera come un presentimento e un’anticipazione dei nuovi media; solo che questo non significa che esiste una continuità tra vecchi e nuovi media, ma che con l’avanguardia i vecchi media, se usati da ricercatori estetici e non da artisti, cominciano a non essere più tali: le avanguardie, insomma, non sono un’eccezione dei vecchi media ma un loro oltrepassamento e valgono come una rottura radicale nella loro storia».

Vengono presi in considerazione diversi ambiti (dalla danza al cinema, dal teatro alla fotografia) e numerosi sperimentatori. Tra questi, una posizione di assoluto rilievo occupa Moholy-Nagy che più di altri rappresenta quel ricercatore estetico di cui parla Costa: colui che, abbandonando lo statuto sacrale della personalità artistica, si immerge nel suo tempo per comprendere e sperimentare la profondità della situazione tecnologica nella quale si trova a vivere.

Se questo è il motivo principale del volume, esso si apre e si chiude osservando lo scenario a noi contemporaneo. Da questa osservazione vengono fuori diversi spunti. Ci vorremmo qui soffermare su due tesi assai convincenti e un’impostazione (già propria di altri lavori dello stesso autore) che riteniamo invece fuori dal nostro tempo.

La disumanizzazione di cui dice il titolo del volume ci pare cogliere un processo realmente in atto e che altrove viene posto sotto l’etichetta di post-umano. Il corpo, il costituirsi della sua vita e la sua morte vengono investiti dall’impresa tecnoscientifica, perdono il loro carattere di datità e divengono realizzazioni del fare tecnico. Emergono nuove forme di conoscenza e di coscienza proprie di un ipersoggetto connettivo e globale costituito dalla rete stessa. Percorrendo questa via si può accantonare «l’umano, o almeno quella forma dell’umano considerata da millenni la sola possibile». La tecnologia ci impone un’apertura alla vita non umana del mondo, dove invece abbiamo storicamente relegato gli esclusi. Come corollario, notiamo con grande favore il rifiuto di derive mistiche da parte di Costa, contrariamente ad altri teorici dei new media.

Il flusso come elemento caratterizzante lo scenario neo-tecnologico indica il superamento di ogni metafisica della presenza e della forma. Le neotecnologie sono caratterizzate da un «flusso di una energia indiscernibile, quella cioè generata dalla imbricazione tra tempo dell’organismo e tempo della macchina comunicante e, grazie a essa, tra tempo del soggetto e tempo della specie» (p. 122). A parte qualche connotazione vitalistica a cui il concetto di energia rinvia, è importante sottolineare come l’estetica del flusso riesca a comprendere perspicuamente nuovi fenomeni come l’arte generativa e la software art.

L’impostazione anacronistica è quella adottata dal filosofo napoletano nel riproporre la tesi sulla morte dell’arte. A tal proposito, viene stigmatizzato il tentativo compiuto da Gadamer di guardare con occhi diversi alla nota tesi di Hegel. Ma l’impostazione offertaci da Costa non fa che riproporre quella logica che proprio in Hegel ha trovato il suo massimo dispiegamento (e la questione dell’arte ne è una prova decisiva). La logica è quella di incasellare il procedere della storia in una linearità di oltrepassamenti, di fratture, di morti appunto. Ma questa logica ha come conseguenza il continuo consolidamento di uno status quo (la tesi) che alla fine risulta sempre vincente. La logica dialettica compie il gesto dell’araba fenice, si distingue per la resurrezione del suo primum dalle proprie ceneri.

Nel nostro caso, cioè in riferimento all’arte e al pensiero di Costa, non si può non notare il tentativo di salvaguardare delle opere nel momento stesso in cui si dichiara la morte dell’arte. Quelle dei ricercatori estetici sono in sostanza realizzazioni di nuovi ceti separati e privilegiati che continuano a valersi di spazi non quotidiani (i musei).

Una diversa logica, invece, riconoscere la volontà censoria del moderno, ma anche la proliferazione mai del tutto intrappolata dei suoi frammenti. Riconosce i fili rossi che legano la storia e, solo accanto a questi, le diverse trame dei vari periodi. Riconosce nell’arte un rapporto indissolubile con la materialità delle tecniche (dai greci ai giorni nostri senza soluzione di continuità). Questo pur essendosi manifestate, da un lato, la volontà di purezza dell’arte (specifica del moderno) e, dall’altro, diverse e peculiari composizioni tecnologiche. Questo Gadamer ha tentato di fare e non pensare l’arte come una brocca che porta in sé il passato. Questa riduzione è banale, mentre quel tentativo risulta banale solo a chi non si accorge di navigare nel moderno, nella sua logica, pur dichiarandolo ad ogni passo superato.

Lo scavo di Costa sulle avanguardie e molti dei concetti che rinviene nel presente dovrebbero invece consentire in primo luogo di uscire dalla mentalità che un’epoca ci ha trasmesso. Ma forse per chi si è formato nel Novecento questo è ancora un compito arduo.


[Recensione originariamente pubblicata su Liberazione, 18 marzo 2008]

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