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Tecnologie e Società

 

Autore: Fabrizio Crisafulli
Luogo: Pisa
Editore: Titivillus
Anno: 2007
Lingua: Italiano
Allegati: nn
Prezzo: € 20,00
ISBN: 978-88-7218-172-x

Luce attiva
Recensione di Antonio Pizzo


Non è possibile trattare della storia dello spettacolo del Novecento senza ricorrere a categorie teatrologiche che non si limitino al testo, alla regia e all'attore. Nella fenomenologia del teatro contemporaneo, come ha chiarito Lorenzo Mango in un suo recente saggio, emerge l'ulteriore nozione di "scrittura scenica". A questo tipo di considerazioni può essere ascritto, in generale, il saggio di Fabrizio Crisafulli; in particolare laddove pone l'accento sul valore linguistico della luce nello spettacolo dal vivo.

Il libro, edito da Titivillus, è diviso in due parti, ed è accompagnato da un ricco corredo iconografico, seppur in dimensioni alquanto ridotte. La prima parte, più corposa, delinea una breve storia dell'uso della luce nel teatro contemporaneo, fino agli ultimi decenni. La seconda, più breve, è una riflessione, sorta di "autoanalisi" come la definisce lo stesso autore, sulla propria ricerca artistica negli ultimi anni.

Nelle pagine si legge quanto l'interesse per la pratica teatrale non abbia distratto Crisafulli dalla passione per l'elaborazione critica e teorica, ed abbia invece nutrito la sua attenzione alla storia e all'analisi dello spettacolo. Ed è una storia che, pur se declinata secondo una prospettiva evenemenziale, non manca di segnalare motivi costanti e relazioni. Le pagine sono dense di riferimenti e citazioni, capaci di dare sostanza, nel migliore dei modi, al difficile tentativo di isolare un codice specifico (la luce e l'illuminazione) all'interno del complesso sistema dello spettacolo. Si parte, naturalmente dall'avvento della luce elettrica, e dagli "aspetti innovativi più eclatanti e spettacolari", ma quasi immediatamente, già dalla descrizione delle evoluzioni tersicoree di Loie Fuller, il discorso diviene attento ai valori stilistici e, come scrive l'autore, "oggettuali" della luce.

Questa è la direttrice sulla quale si fonda l'impianto critico dell'intero saggio. In questo senso, l'intenzione è di intervenire, magari indirettamente, nel complesso dibattito sul teatro contemporaneo. Al di là della rappresentazione del testo, oltre la regia interpretativa che media il contenuto profondo del dramma, la scena teatrale è un luogo di rivelazioni e continue epifanie, dove la matrice della rappresentazione e quella del personaggio cedono il passo allo spazio-oggetto, a una metafisica delle cose. La specifica prospettiva che l'autore utilizza per raccontare gli esperimenti luministici dei padri delle Avanguardie Teatrali del Novecento (da Craig a Prampolini), si rivela utile per comprendere la caleidoscopicità dell'esperienza teatrale dei nostri giorni. Forse per questa ragione l'autore sembra meno attento a descrivere le modalità teatrali degli ultimissimi decenni, focalizzando l'attenzione su alcuni "classici" del dopoguerra.

Nel corso del saggio il lettore incontra numerose e puntuali descrizioni di spettacoli (sorta di brevi monografie), che forniscono una chiara impressione di come la luce possa diventare un vero e proprio agente della scena; come nella bellissima Traviata di Svoboda a Macerata, dove l'enorme specchio sul fondo forniva un puntuale contrappunto alla drammaturgia verdiana, fino allo straziante finale in cui, sollevandosi e mostrando il pubblico illuminato nei palchetti dello Sferisterio, rivela il tragico gioco di finzione e realtà.

All'interno del discorso, sono chiaramente marcate le questioni inerenti alle proiezioni cinematografiche, all'uso dell'immagine elettronica nei monitor, alle video-installazioni digitali, al laser. Il volume non affronta tutto lo scibile del teatro attuale, e si ferma alle porte dei nuovi media digitali, suggerendo che, in sostanza, la sperimentazione dei linguaggi, pur con differenti mezzi tecnici, ha sempre al centro l'invenzione umana.

Leggendo il saggio, Appia e Nikolais appaiono sullo stesso piano. La strada percorsa, così come la disegna Crisafulli, ribadisce quanto la luce non sia semplice décor, quanto non serva a illuminare gli attori. Le scelte luministiche sono parte integrante del lavoro di scrittura della scena, e come tali hanno una valenza drammaturgica e non tecnologica.

In sostanza, l'autore spende molte delle sue energie per dimostrare che l'uso delle tecnologie a teatro, e non solo per ciò che concerne la luce, è assolutamente alieno - almeno nelle sue espressioni più mature - al tecnicismo dello spettacolo "meraviglioso", e attinge, invece, a una riflessione eminentemente estetica. Sono considerazioni necessarie, specialmente se si osserva la prassi teatrale più comune, o anche una parte della storiografia, almeno nel panorama italiano, dove ancora persiste una sorta di "equivoco tecnologico".

Il saggio, dunque, è un contributo interessante e utilissimo per coloro che - studenti e artisti - volessero approfondire quegli aspetti della produzione teatrale che buona parte della manualistica, di solito, salta o minimizza. Certo, è consigliabile affrontare il volume, dopo aver sviluppato una buona conoscenza della storia dello spettacolo, ma lo stesso autore non manca di consigliare le letture adatte allo scopo.


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