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Tecnologie e Società

 

Autore: Jens Hauser (a cura di)
Luogo: Bologna
Editore: Clueb - Collana mediaversi
Anno: 2007
Lingua: Ita
Allegati: nn
Prezzo: € 18,00
ISBN: ISBN 978-88-491-2655-6

Art Biotech
Recensione di Cristina Trivellin e Martina Coletti


[Testo originariamente pubblicato sulla rivista d'arte contemporanea D'Ars, n.190, Ottobre 2007]


Art Biotech esce in Italia come primo testo che affronta le problematiche proposte da una nuova pratica artistica chiamata “bioarte” (o “arte biotecnologia” o “arte genetica”), e intende porsi come approfondimento teorico al catalogo della mostra “L’Art Biotech”, curata da Jens Hauser e svoltasi a Nantes nel 2003, che rappresenta una delle primissime mostre di “arte biotecnologica”. Il libro, edito da CLUEB, si pone come obiettivo di definire, comunicare e presentare le fasi iniziali di una disciplina artistica che già oggi, a pochi anni di distanza dalla sua comparsa, sembra aver raggiunto un maggiore grado di strutturazione teorica e di consapevolezza delle proprie potenzialità. Queste forme si sperimentazione artistica sono esperienze nuove, e sono da considerarsi tali anche quando si ibridano con le forme di derivazione informatica, le cosiddette new media arts.

Come si legge nell’introduzione di Pier Luigi Capucci e Franco Torriani, curatori dell’edizione italiana del libro - nonché massimi studiosi italiani di questa nuova tendenza - per definire l’arte biotech è necessario circoscrivere l’operato di questi nuovi artisti-ingegneri all’interno del campo della chimica del carbonio, quindi dell’organico. Strumenti e oggetti di riflessione di questa corrente artistica sono, infatti, le biotecnologie, quella serie di conoscenze scientifiche che permettono una diretta manipolazione della vita e di quelle forme al limite tra vivente e non vivente. Tali ricerche pongono quindi l’attenzione anche sulla definizione del concetto di “vita” che resta dibattito aperto: per molti biologi non esiste infatti un confine netto tra vivente e non vivente, ma piuttosto un continuum della vita, una lenta evoluzione dall’inorganico all’organico.

Una prima evidente distinzione con le precedenti forme d’arte si impone proprio a partire dall’oggetto preso in considerazione dalla bioarte. Gli artisti non creano più opere rappresentative della realtà ma opere viventi o semi viventi che sono contemporaneamente strumento/materia d’azione e oggetto di riflessione nell’operato artistico. Nell’introduzione si legge: “L’arte che rappresenta o simula la vita non è bioarte” (George Gessert), ovvero, in questa pratica artistica, arte e vita corrispondono pienamente realizzando nella carne (come fa in altri modi la body art) l’aspirazione perseguita da tante anime e correnti artistiche precedenti. Così come hanno già fatto Duchamp con il ready-made, l’arte performativa delle neoavanguardie e certa arte elettronica, la bioarte conferma l’intenzione di voler presentare direttamente la realtà senza più mediazioni rappresentative della realtà stessa. Non c’è simulazione ma presenza materiale, che si oppone dunque all’immaterialità dell’opera d’arte, concetto proposto da Yves Klein già negli anni ’60 del secolo scorso e portato avanti dalle tecnologie digitali. La mescolanza tra arte e materia genera presenza: si assiste alla ri-materializzazione dell’opera d’arte.

Hauser, nella sua mostra, compie una scelta ben precisa: gli undici artisti invitati occupano posizioni estetiche talvolta distanti. Le loro opere sono il risultato di esperimenti di laboratorio che propongono un approccio alternativo, creativo e critico, all’uso delle biotecnologie. E’ il caso ad esempio del progetto Tissue Culture & Art (nato nel 1996 all’interno del Laboratorio di ricerca collaborativa tra arte e scienza SimbioticA della University of Western Australia), nel quale, attraverso l’ingegneria dei tessuti, vengono create opere che sono dei sistemi biologici concepiti artificialmente facendo proliferare delle cellule fuori dal corpo, su una base di bioreattori artificiali. Questi artisti impongono una riflessione sull’esistenza di entità semi-viventi e sulle nostre responsabilità nei loro confronti rendendo questi esperimenti visibili al pubblico: essi ragionano sulla nostra reazione emotiva nei confronti di creazioni artistiche che, come nel caso delle bambole semi-viventi della preoccupazione (ispirate ad una tradizione guatemalteca di bamboline che durante la notte tolgono ai bimbi i loro problemi), ci colpiscono perché in qualche modo pungono la nostra coscienza, in quanto bamboline non formate da plastica ma da tessuto semi-vivente coltivato in un utero artificiale.

Impegnandosi inoltre nella creazione di bistecche di rana artificialmente ottenute in laboratorio (Disembodied Cuisine), senza quindi uccidere nessun vivente, i TC&Art ci suggeriscono la possibilità futura di una soluzione ecologica ai nostri bisogni alimentari. I lavori di questo gruppo (e di gran parte dei bioartisti) manifestano la necessità di mettere in discussione la concezione antropocentrica che ha dominato da sempre la nostra cultura.
Spesso, dietro alla consapevolezza di questa nuova forma d’arte, ci rimane un’ombra di timore che si aggiunge alle preoccupazioni già generalmente diffuse nella società nei confronti delle biotecnologie. Tali preoccupazioni superano quelle dovute a qualsiasi altra scoperta negli altri campi della scienza, perché, come giustamente scrivono Pier Luigi Capucci e Franco Torriani, in questo ambito artisti e scienziati hanno come oggetto di speculazione e campo d’azione il materiale organico, la vita stessa nella sua materia, la carne di cui siamo fatti anche noi, il carbonio che è l’elemento basilare di tutte le forme di vita del nostro pianeta. Le domande aperte poste nell’introduzione al testo definiscono la tipologia di queste perplessità umane nei confronti della bioarte: quali possono essere i limiti da imporre all’arte che si appropria delle biotecnologie? E’ giusto o no imporre dei limiti all’arte per non perdere il controllo sulla manipolazione della vita? Si rischia di trasformare le scienze biologiche attraverso l’intervento dell’arte nello show della vita?

Come si deduce dal racconto dell’artista Eduardo Kac a proposito del suo esperimento con Alba, il coniglio verde mutato geneticamente, nell’intenzione di dei bioartisti c’è proprio la volontà di sollevare questioni etiche e sociali nei confronti degli strumenti scientifici che l’uomo possiede per manipolare (come sempre ha fatto) la natura. La creazione del mito di Alba, in fin dei conti è stata un’operazione mediatica prima ancora che tecnologica e per questo propriamente artistica, se consideriamo come principale dovere dell’arte quello di comunicare e rivelare i mutamenti della società a se stessa senza remore e senza giudizi. Per inquadrare la questione e toglierci un po’ di paure che da sempre accompagnano l’uomo di fronte alle novità, può essere utile ripensare agli insegnamenti del teorico canadese Marshall McLuhan, il quale affermava che gli artisti sono l’antenna della società, gli anticorpi che la società possiede per riuscire ad attutire l’impatto traumatico e spesso spaventoso provocato dall’introduzione di tecnologie sempre più avanzate e in rapidissima evoluzione. Soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo scorso, di pari passo con i cambiamenti apportati da ogni nuova scoperta, gli artisti hanno iniziato ad appropriarsi delle conoscenze ingegneristiche nel campo dell’elettronica prima e in quello dell’informatica poi, sottraendo alla scienza, alla politica e al sistema economico il monopolio nell’uso delle nuove tecnologie. Allacciando una stretta collaborazione tra arte e scienze, lavorando fianco a fianco con ingegneri e trasformando i propri atelier in veri e propri laboratori scientifici, una nuova genia di artisti-scienziati ha saputo restituire alla società la consapevolezza delle potenzialità (non solo espressive ma anche politiche e sociali) offerte dall’uso alternativo delle scoperte tecnologiche soprattutto nel campo dei cosiddetti mezzi di comunicazione di massa.

Questa invasione da parte dell’arte nei domini della scienza arriva oggi ad includere il campo delle biotecnologie, il campo dell’ingegneria della vita che con la sua evoluzione silenziosa, troppo spesso nascosta, suscita preoccupazioni come l’incubo dell’eugenetica o quello della sofisticazione degli alimenti attraverso l’introduzione degli ogm (tanto per citarne solo alcuni). Come si legge nell’intervento dell’artista Joe Davis in Art Biotech, l’arte che si accosta alla genetica e alla genomica umana “E’ spesso critica nei confronti dei percorsi intrapresi da questo sviluppo tecnologico e pone l’accento sulle diverse percezioni delle implicazioni sociali, etiche, filosofiche, istituzionali e commerciali della ricerca genomica”. Sulla scia delle altre arti tecnologiche, anche la bioarte, in quelle che spesso sono le sue manifestazioni più interessanti, si impegna nel fornire all’umanità un punto di vista diverso sull’identità e sulle possibilità di queste tecnologie. Jens Hauser, curatore della mostra di Nantes e di questo libro, afferma: “Lo scopo dell’arte biotech è sollevare il velo su quanto accade all’interno dei laboratori di genetica per interrogarsi sulle tecnologie e imparare ad utilizzarle”. Dunque, alla luce del recente passato di quella che viene chiamata new media art e dell’attivismo politico non ufficiale che spesso ha motivato questi artisti nella volontà di riappropriarsi delle tecnologie, possiamo sperare che là dove la comunità non riesce a capire o vedere cosa succede nell’ambito delle biotecnologie, arrivino questi artisti/ingegneri a restituirci consapevolezza svelandoci le possibilità presenti e future, positive e negative che la scienza della vita ci riserva.

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