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Tecnologie e Società

 

Autore: Luca Barbeni
Luogo: Milano
Editore: Costa & Nolan
Anno: 2006
Lingua: Italiano
Allegati: nn
Prezzo: € 16,90
ISBN: 88-7437-028-8

Webcinema. L'immagine cibernetica
Recensione di Roberta Buiani


Uscito alla fine del 2006, Webcinema è un volume dovuto da tempo.
Il libro documenta formazione, sviluppo e caratteristiche di un genere fruibile esclusivamente in rete che, emersa nella seconda metà degli anni Novanta, è stata possibile grazie alla diffusione di applicazioni che finalmente davano la possibilità di fruire materiale audiovisivo in rete. È intorno al 1998 che il termine stesso “Webcinema” appare per la prima volta e viene lanciato con il progetto “thebitscreen.com” da Nora Barry, alla quale Barbeni ha giustamente affidato l’introduzione del suo libro.

Come ammette lo stesso Barbeni, il Webcinema non si caratterizza come movimento artistico a sé stante. Ciononostante, la condivisione di un unico obiettivo, cioè lo spirito di sperimentazione con le “produzioni audiovisuali per internet” (p.13) fa del Webcinema una categoria che vale la pena trattare separatamente. Barbeni ne fornisce diverse definizioni che vanno a specificare questo genere gradualmente, mano a mano che si procede con la lettura del testo. Il lettore si trova inizialmente di fronte a definizioni molto generali (che, francamente, potrebbero essere applicate ad altre forme di creatività online) come quella che dà il titolo al primo capitoletto “I raccontastorie su Internet” (p.12), che sottolinea il carattere narrativo del Webcinema, per poi passare a definizioni più sofisticate che affrontano la categoria dal punto di vista del contesto produttivo e che la mettono a confronto con il cinema. In quest’ultimo caso il Webcinema è caratterizzato come “nouvelle vague interattiva” (p.22).

Si direbbe che il Webcinema sia un genere relativamente datato, se si pensa alla periodizzazione della rete e se si considera il suo rapporto con il cinema tradizionale spesso citato nel volume. Questo libro, infatti, non ha nessuna ambizione di formulare un nuovo genere o di produrne un manifesto guida per future espressioni creative. Né si preoccupa di teorizzare a priori, con epiteti che attraggono facilmente l’attenzione, e come se costituisse una assoluta novità rispetto alle prove artistiche precedenti, uno tra i tanti trend che giorno dopo giorno emergono nel fitto panorama creativo della rete. Al contrario, Barbeni è ben consapevole del debito culturale e mediatico del Webcinema non solo rispetto ai generi affini ma anche alle espressioni artistiche che lo hanno preceduto, come il cinema e lo spettacolo in generale, come teatro e performance.

Nonostante l’ormai datata tradizione del Webcinema e l’esistenza di una ricca schiera di artisti che già da tempo si occupano di questo tipo di espressione artistica, ci ritroviamo, a distanza di quasi un decennio, a fare i conti con un termine semi-sconosciuto e una categoria sommariamente gettata nel variegato calderone della Netart. In questo senso, il volume di Barbeni, che nel corso della narrazione si sofferma più volte a distinguere il Webcinema da quest’ultima, colma una grossa lacuna da tempo esistente nella definizione e discussione degli interventi creativi online.

Perché ridefinire e riclassificare un genere, quando fino ad ora è stato sufficiente accomodarlo nella schiera dei progetti che si collocano nel Web? E perché differenziare le caratteristiche del Webcinema proprio rispetto alla Netart e non definirlo come fenomeno semplicemente indipendente? Questa doppia operazione, a una prima lettura, sembrerebbe dettata dalla necessità di contestualizzare storicamente e, nello stesso tempo, rendere omaggio (e giustizia), una volta per tutte, a una categoria specifica e ai suoi esponenti, con un volume unicamente dedicato al Webcinema e alle sue applicazioni. Invece, a lettura terminata, ci si accorge che questa strategia dà adito a riflessioni molto più complesse. Infatti, grazie a una concisa introduzione teorica e all’inclusione di una ricca serie di progetti di diversa natura ma pur rappresentativi del genere, Barbeni dimostra che vedere la rete dal punto di vista del Webcinema diventa importante sia per la comprensione del Webcinema stesso che per la teoria dei nuovi media in generale. Nel primo caso, la base teorica generale rende maggiormente visibili le sostanziali caratteristiche, le articolazioni, e gli intrecci del Webcinema con altri generi sia online che off-line. Nel secondo caso, l’analisi approfondita di alcune delle caratteristiche del genere Webcinema aiuta, per forza di cose, a fornire nuovi dettagli su aspetti che si estendono anche alle altre categorie di creatività di rete. In particolare, Barbeni fa luce sul ruolo del “digital storytelling” (p.19) e sul concetto di “interattività mediata” (p.30), entrambe caratteristiche presenti, in varia misura, anche nella maggior parte degli altri interventi che popolano la rete, mentre fornisce un’interpretazione del rapporto “database-narrazione” (p. 15) decisamente molto più sfumato rispetto a quello originariamente formulato da un autore come Lev Manovich. Con quest ultimo, Barbeni intrattiene un continuo dialogo, che da solo costituisce forse uno degli aspetti più accattivanti del libro (si veda p. 15, 42-50, 36-37).

Come già accennato, l’analisi e revisione dei concetti sopra citati non è importante solo per il Webcinema, ma vale anche per qualsiasi espressione che usa le tecnologie di rete come principale elemento di produzione e disseminazione. In questo senso, l’uso della Netart come genere da cui il Webcinema si discosta, ma con cui mantiene anche grosse affinità e con cui manifesta continui punti di intersezione, ha l’effetto ultimo di spostare il baricentro di discussione su ciò che riguarda l’arte in rete in generale. Questa metodologia diventa un modo per caratterizzare il Webcinema evitandone l’isolamento come genere monolitico, e per ritrarre il panorama artistico della rete come una ricca costellazione di possibilità piuttosto aperte, e non come un semplice insieme di fenomeni nettamente separati e ripiegati su se stessi.

Pur essendo strutturalmente suddiviso in tre parti precedute da una introduzione e integrate da una conclusione, Webcinema in realtà sembra virtualmente suddiviso in due macro-sezioni che si collocano in posizione simmetrica l’una rispetto all’altra: mentre la prima è principalmente dedicata a gettare le fondamenta teoriche per la comprensione della categoria Webcinema e a definirne le caratteristiche anche rispetto alle altre espressioni online (Prima e Seconda Parte), la seconda si preoccupa del modo in cui tale apparato teorico si manifesta nelle pratiche artistiche del Webcinema (Terza Parte).

In particolare, mentre Prima Parte si sofferma su temi generali che riguardano il complesso processo di trasformazione e reinterpretazione a cui sono sottoposte la narrazione, l’immagine e la partecipazione dello spettatore con l’avvento del Webcinema, nella sezione successiva Barbeni si impegna a declinare le caratteristiche propriamente materiali del genere. In entrambi i casi, sono forti le presenze di due figure teoriche guida, Lev Manovich e Janet Murray, che, non a caso, interpretano i fenomeni esistenti nella rete alla luce di media preesistenti come il cinema e la performatività teatrale. Barbeni entra in dialogo e sintetizza i pensieri dei due studiosi, estrapolandone elementi che gli serviranno per la successiva analisi dei singoli progetti artistici. Interessante è il modo in cui, pur attingendo a piene mani da Manovich e Murray, Barbeni non esiti a esprimere disaccordo e divergenze con questi ultimi. La scelta stessa di porli l’uno di fianco all’altro e di attingere da entrambi è sintomatica di una predisposizione al “dissenso creativo”. Infatti, è nota in Manovich la scarsa attenzione per lo spettatore/utente, rapporto chiaramente privilegiato in Murray. Se Manovich non ha dubbi sull’origine cinematica dei nuovi media (anzi, la sua è una vera e propria ossessione che lo studioso persegue a scapito delle altre forme di espressione come il suono e il teatro), Murray preferisce optare per le forme teatrali e carnevalesche. In Webcinema questi due aspetti si intersecano felicemente. Probabilmente l’elemento di dissenso più evidente rispetto a Manovich si colloca nella nozione di database. Sebbene questo sia uno dei concetti più importanti formulati da Manovich e stia molto a cuore anche a Barbeni, che ne accetta la definizione, i due divergono quando si tratta di metterlo a confronto con la nozione di narrazione – diametralmente opposto e irriducibile per Manovich, in costante dialogo per Barbeni.

Pur rappresentando due approcci diametralmente distinti (teoria vs pratica), le due macro-sezioni che costituiscono il volume sono indivisibili e si integrano a vicenda, grazie alla costante presenza e all’estensione di una serie di concetti chiave su entrambe le sezioni. Ciò che è contenuto in forma astratta e speculativa nella prima parte viene sistematicamente rivisitato nella sezione successiva in forma applicata, cioè come manifestazione pratica di progetti reali. Le opere sono descritte attraverso i concetti (presi in prestito da Manovich e Murray) introdotti nella Seconda Parte. Tali concetti vengono utilizzati come vere e proprie categorie rispetto alle quali lavori apparentemente disomogenei vengono classificati sistematicamente (per esempio, i Quicktime videos di Horvarth vengono messi a fianco del quasi-videogioco di Greenaway o degli ambienti multimediali del gruppo 8081). Utilizzando questa metodologia, Barbeni è in grado di collocare ciascun esempio su un piano unico e di costruire una vera e propria tassonomia attraverso cui, nonostante la loro diversità, i lavori analizzati possono essere analizzati con precisione e diventano senza ombra di dubbio veri e propri portavoce del genere Webcinema.

Nonostante l’apparente semplicità e la chiarezza che sembra caratterizzare questo breve ma conciso volume, Webcinema non va sottovalutato e non costituisce certo un’opera da tenere sul comodino. Prima di tutto, dal punto di vista teorico, il volume fornisce nuove prospettive critiche, non solo per quanto riguarda il trattamento del Webcinema come genere riscoperto e finalmente sintetizzato sotto un unico tetto, ma anche nel suo rapporto con altri generi che popolano Internet, prima tra tutti la Netart. In secondo luogo, il libro non può che essere letto come esperienza multimediale. Il modo migliore per goderselo a fondo è infatti stando seduti di fronte a un computer, in modo da essere pronti a consultare la miriade di opere descritte. Tra l’altro, e questa è una nota di merito non indifferente, è un caso più unico che raro trovare un libro che non contenga “broken links”. Webcinema costituisce uno di questi casi.

[Ringrazio l’autore Luca Barbeni per aver pazientemente risposto ai miei quesiti]


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