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Tecnologie e Società
La percezione del movimento in psicologia

 

La percezione del movimento in psicologia

 

 

 

Nel Novecento anche la psicologia ha affrontato il problema della percezione: cosa essa sia e come essa avvenga. Percepire significa almeno due cose: nell'accezione allargata percepire significa cogliere, afferrare, avvertire anche in riferimento a vissuti privi di un preciso corrispettivo nell'informazione sensoriale e nella realtà fisica. Nell'accezione specifica invece significa avere una rappresentazione del mondo fisico, generata dalla mente sulla base dell'informazione sensoriale. È intesa come il processo mediante il quale una persona mantiene il contatto con il suo mondo e quindi si tiene conto della complessità reale della nostra presa di contatto cognitiva con l'ambiente: essa comprende così non solo la percezione di informazioni ma anche il contatto cognitivo col mondo, in funzione di un adattamento astratto necessario fra individuo e ambiente. Resta di fatto comunque che per un vedente percepire significa avere esperienza diretta del mondo utilizzando gli occhi. All'inizio del Novecento si sviluppa in Germania la Psicologia della Gestalt (quest'ultima intesa come forma, come configurazione). Il suo atto di nascita viene fatto coincidere col 1912: anno in cui il suo più importante esponente, Max Wertheimer, pubblica un suo studio sul movimento stroboscopico. Gli studiosi di questa scuola hanno studiato le forme assunte dall'esperienza in circostanze diverse. Secondo questi psicologi l'aspetto più importante dell'esperienza è costituito dalla tendenza ad avere un carattere unitario e coerente: ma la percezione è più della semplice somma degli elementi che la compongono, e l'unità della stessa è espressa dalla "forma" in cui gli elementi si organizzano (quindi non è possibile comprendere l'esperienza scomponendola in un insieme di unità più semplici).

Ma vediamo lo studio di Wertheimer. Studia il fenomeno phi, ossia un caso di movimento stroboscopico (che veniva applicato nel cinematografo ma che restava sconosciuto nella sua natura) e per primo dà una risposta al quesito su come potesse risultare una percezione di movimento, presentando una successione di stimoli stazionari. Anzitutto con movimento stroboscopico si intende la percezione di movimento a seguito della presentazione a intervalli temporali di stimoli statici (lo stroboscopio risale al 1833 e il movimento cinematografico trovò applicazione con l'innovazione dei fratelli Lumière nel 1895 ma per molto tempo questo fenomeno era stato considerato un'illusione, un errore di giudizio). Wertheimer proiettava su uno schermo posto in una camera oscura, alternativamente, due luci che filtravano attraverso due fessure. Le due fessure, distanti l'una dall'altra potevano essere entrambe verticali o inclinate l'una rispetto all'altra di 20°-30°. Se l'intervallo tra le due illuminazioni successive era inferiore a un certo valore (l'intervallo ottimale era di 60 msec), il soggetto non percepiva due luci ma una unica che si muoveva dalla prima posizione alla seconda. Se tale intervallo aumentava al di sopra dei 200 msec il fenomeno non si verificava, e l'osservatore vedeva due luci che si accendevano in successione. Se si andava al disotto dei 200 msec il soggetto vedeva due stimoli stazionari contemporaneamente. L'interpretazione di Wertheimer era così: a livello corticale il primo stimolo è un processo fisiologico che ha un tempo di latenza, raggiunge un massimo, e quindi aveva un decremento che lo portava ad estinguersi solo dopo che lo stimolo era cessato.

 


Fig. 12. Giacomo Balla, Bambina che corre sul balcone,
1912, Milano, Galleria Civica d'Arte

 

Lo stesso accade per il secondo stimolo. Fra i due quindi si verificava un "processo trasversale" (o "corto circuito fisiologico") che costituiva il corrispettivo della percezione del movimento. Infine per concludere occorre fare una precisazione: nella normale esperienza percettiva il processo si svolge in tempi molto brevi perché la ricchezza d'informazione degli stimoli che ci raggiungono abitualmente nella vita quotidiana ci consente di percepire un mondo notevolmente conforme a quello reale. Tuttavia il mondo percepito non è una rappresentazione completa e veridica di tutte le proprietà del mondo fisico di cui l'organismo fa parte. La rappresentazione è incompleta perché un sistema in grado di codificare tutte le proprietà esterne e di farlo in presa diretta è irrealizzabile, quanto alla veridicità, si sa che l'esatta natura del mondo fisico è destinata a sfuggirci: pur essendo genericamente adeguata la rappresentazione non è veridica. La finzione fondamentale della visione consiste quindi nel rendere disponibile all'osservatore un buon modello del mondo esterno adeguato agli scopi dell'organismo.