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Weblogs vs giornalismo

 

 

 

 

Per la sua facilità di utilizzo, la gratuità e la possibilità di aggiornamento continuo, il blog si è imposto anche come un potente strumento editoriale. Si tratta di un mezzo ideale per cimentarsi con il giornalismo amatoriale: chiunque può infatti scrivere la sua opinione su qualunque argomento, e il risultato è accessibile immediatamente da qualunque zona del mondo. Il blog può rappresentare un giornalismo senza filtri, senza articoli su commissione, senza autorità, senza compromessi. Le due forme sono tendenzialmente conflittuali: i grandi media hanno la possibilità di accedere a tutte le informazioni, hanno i soldi per mandare gli inviati sul posto, hanno un Ordine che controlla il rispetto delle norme professionali, ma anche la necessità di mantenere una certa quantità di pubblico e di compiacere gli inserzionisti pubblicitari. Il blog sembrerebbe quasi una formula magica in grado di sostituirsi del tutto all'informazione tradizionale; il problema è che la "democraziacomunicazionale" [18] verso la quale tendeimplica anche l'assenza di ogni controllo della correttezza delle notizie. Leregole sono meno rigide rispetto al giornalismo tradizionale: sui blog si tendea scrivere a ruota libera, senza preoccuparsi più di tanto delle conseguenze.Si raccontano indiscrezioni, pettegolezzi, non c'è nessuna censura. E'una sorta di giornalismo non ufficiale. Inoltre vale anche per i blog il solitovecchio problema: è difficile orientarsi e trovare qualcosa di interessantein una rete che conta ormai decine di migliaia di nodi. Riccardo Staglianò hasintetizzato così l'ambivalenza di questo "nuovo" giornalismo:

Chi ha qualcosa da dire può farlo, comportandosi, di fatto, da giornalista, senza bisogno di giornali che accettino di pubblicare i suoi pezzi o di Ordini che ne certifichino l'abilitazione professionale. E' anche chiaro che l'abbattimento di questo ultimo steccato provocherà una valanga di pensierini narcisi, infiniti sbrodolamenti sulle materie più microscopiche e tanta roba di cui a nessuno eccezion fatta, forse, per amici intimi e familiari fregherà un bel niente. Ma la rivoluzione sta nella realizzazione dell'antica promessa della rete di offrire una piattaforma impareggiabile per consentire, come mai era avvenuto in passato, una possibilità di espressione REALE a tutti [19].

Alcuni bloggers sono giornalisti professionisti: Luca Sofri, Claudio Sabelli Fioretti, Pino Scaccia e altri.

Ma la grande maggioranza dei 'blogger' è rappresentata da persone che, anche quando riprendono o commentano notizie di attualità, lo fanno da un punto di vista assolutamente personale, senza particolari pretese di completezza, affidabilità, obiettività. Del resto, gli stessi giornalisti professionisti sembrano considerare i propri weblog come uno spazio diverso da quelli dedicati alla scrittura propriamente giornalistica: uno spazio con meno vincoli nella scelta degli argomenti, nello stile di scrittura, nella lunghezza degli articoli. E tuttavia, nonostante queste considerazioni, il rapporto fra weblog e giornalismo è al centro del dibattito probabilmente più vivace e vitale fra quelli che animano la blogosfera [20].

Questo uso dei blog come strumento di “giornalismo amatoriale” è stato guardato dapprima con curiosità, poi con crescente diffidenza dal mondo del giornalismo professionale, fino a toccare punte di vero e proprio fastidio:

Il risultato di questa enorme blogosfera? Un’esplosione di narcisismo: interessante quando riguarda qualcuno che ci piace molto, altrimenti assolutamente irrilevante. E’ - concordo con Carlo Formenti (www.quintostato.it) - il Maurizio Costanzo Show all’ennesima potenza, è un mix mediatico che punta al trionfo dell’ego: «io qui, io là, io su, io giù...». Della serie: chissenefrega [21].

A volte si ironizza sulla scarsa qualità della scrittura:

C'è un'arma espressiva nascosta nel web. Un'arma che in passato gli scrittori usavano con parsimonia e che ora è pronta ad essere sfoderata a ogni piè sospinto. E' il punto esclamativo, vera e propria macchina da guerra delle avanguardie del Duemila. E subito dopo vengono i puntini sospensivi. Provate a sfogliare un blog qualunque e ve ne accorgerete. […] L'esercito dei bloggers appare per lo più come un'armata brancaleone di giovani in vena di confidenze oppure desiderosi di vincere la noia comunicando al prossimo i propri malesseri che un movimento arrabbiato di "anarchici individualisti" (in netta maggioranza, le voci femminili) capaci di sconvolgere lo status quo del perbenismo generale. Anche quando promettono sfracelli. Anche quando presentano le loro pagine come luoghi di sconvolgente originalità: «Il mio angolino nascosto dove vomito tutto...», «Spazio vuoto in cui perdersi e tirar fuori la propria essenza...», «il diario pazzo di un folletto della rete». [22]

Per ottenere dei pareri più equilibrati, può essere utile guardare a quella zona intermedia di giornalisti professionisti che hanno deciso di aprire un weblog. Uno dei più lucidi è Carlo Annese:

I weblog stanno realizzando quello che l’esplosione fallace della new economy aveva fatto dimenticare per qualche tempo: la rete è comunità, internet è “read-write e non read-only", i media tradizionali (televisione e soprattutto carta stampata) possono essere battuti sul tempo e sulla profondità dell’informazione. In due parole, dice Dan Gillmor, è l’ora dei “Noi Media” (We Media). In un’era di comunicazioni digitali e multidirezionali, gli utenti possono essere parte integrante del processo. Anche perché, “chi ci legge sa più di quanto noi professionisti della comunicazione sappiamo”. La prova è data dai primi scoop politici ma anche dalle prime cronache che anticipano di alcune ore i lanci di agenzia. Prendiamo questo esempio segnalato da Instapundit. All'1.36 del 1° gennaio, Sean Hackbarth descrive un incidente di cui è stato testimone: un’auto esce di strada e si schianta contro il garage di un’abitazione. Nella descrizione sono indicati l’ora, i luoghi in cui il fatto è avvenuto, il tipo di automobile e una serie di dettagli conseguenti (l’arrivo della polizia, la posizione in cui l’auto incidentata si ritrova a fine corsa, l’intervento dei pompieri, ecc.). La notizia viene battuta solo 6 ore dopo dalla AP e contiene tutto ciò che ha interesse giornalistico e invece mancava nel resoconto del blogger: il nome del conducente, quello del proprietario dell’abitazione, le circostanze in cui si è svolto l’accaduto e il particolare non secondario che l’auto era stata rubata poche ore prima e fosse inseguita dalla polizia [23].

Gino Roncaglia ha evidenziato che:

In diversi casi questo 'giornalismo amatoriale' abbia poco da invidiare - e talvolta abbia qualcosa da insegnare - al giornalismo professionale in termini di immediatezza di scrittura, freschezza di analisi, capacità di rassegna e valutazione delle fonti. Un buon blogger è in genere anche un virtuoso della navigazione su web, della ricerca in rete, del confronto fra fonti informative diverse: tutte abilità che dovrebbero ormai fare parte - ma che non sempre fanno parte - del bagaglio di competenze di un buon giornalista professionista. Ecco dunque che i weblog migliori mettono in crisi l'idea del mondo giornalistico come 'casta' chiusa, con i propri riti di accesso, il proprio Ordine, i propri modelli (più o meno rigidi) di scrittura, e un'alta propensione all'autoreferenzialità. Inoltre, la natura fortemente reticolare e interconnessa della blogosfera costituisce un perfetto 'brodo di coltura' per far crescere e sviluppare notizie trascurate o ignorate dai media tradizionali, e imporle all'attenzione generale. […] Si aggiunga a tutto ciò che in determinate situazioni e in determinati contesti i weblog possono rappresentare anche una fonte informativa diretta [24].

A questi vantaggi, però, si affiancano alcune questioni. La prima è di carattere etico-professionale:

Sono contrario agli accessi chiusi ed elitari al mestiere di giornalista, ma è giusto che vengano rispettati dei criteri di qualificazione: a ciascuno il suo, insomma. Se faccio il giornalista e non sono capace di sostituire una guarnizione di un rubinetto, non mi spaccio per stagnino. Chi ha studiato o ha acquisito professionalità ed esperienza nel settore dell’informazione non può essere messo sullo stesso piano di un absolute beginner che lo farebbe non si sa bene se per spirito d’avventura o per il brivido di accelerare sulla nuova tecnologia.
La seconda è consequenziale. Chi verifica la veridicità e l’attendibilità delle informazioni trasmesse da un weblog? Dov’è il limite fra la “libertà di rete” e la tutela della privacy di eventuali soggetti di queste informazioni? Scrive JD Lasica:“I respect the newsroom process (qualcosa che in Italia non ha un’equivalente pratico, ma si può definire come verifica ed elaborazione delle fonti e delle notizie da parte di chi lavora in redazione), and believe that it’s the reason why news organizations will always mantain an advantage over other forms of open-source journalism”.
La terza è molto pratica. Se nell’attuale organizzazione dei media italiani, il free-lance ha cominciato ad avere solo da pochissimo tempo, e con molta fatica, una parvenza di regolamentazione e tutela, quanto si può realmente pensare al riconoscimento di una figura ancora più anomala come il weblogger più nei rapporti con fonti di informazione ufficiali?
[25]

In conclusione, si può parlare di una vera forma di giornalismo? Secondo Annese, no:

[…] io non posso certo negare la mia origine di giornalista, ma senza che questa diventi un principio qualificante il mio blog […]. E’ possibile dunque che veda il mondo da giornalista e che talvolta provi a soffermarmi su alcuni possibili sviluppi del fenomeno dei weblog. Alcuni, sottolineo, in misura ridotta. Di questi sviluppi, del resto, si è parlato nella stragrande maggioranza dei casi in cui qualcuno ha provato a spiegare cosa fossero i weblog: una nuova forma di giornalismo, alternativa o supplementare. Repubblica come Capital, L’Unità come Diario, cos’hanno fatto se non citare Andrew Sullivan, il caso-Trent o Wittgenstein come esempi esaustivi? E che cosa sono Sullivan, gli artefici delle dimissioni del presidente dei Repubblicani al Congresso o Luca Sofri, se non giornalisti?
[…]. Non intendo sfruttare professionalmente lo strumento-blog: non vedo il blog come fonte di guadagno. E quelle mie riflessioni mi hanno portato alla conclusione che, almeno in Italia, il blog non è nemmeno una facile e sicura fonte di informazione alternativa, almeno nel campo della cronaca
[26].

Un aspetto importante della questione è infatti questo: i blog potranno diventare un’attività professionale di per sé? Mantellini ha evidenziato un tentativo di mettere sotto controllo l'informazione on line, tentativo che si concretizzerebbe nella formula del blog a pagamento (formula che si sta cercando di affermare negli USA). Questo finirebbe per spaccare l'informazione on line in due: irrilevante, confessionale e forzosamente noiosa come un acerbo diario adolescenziale, oppure equiparata improvvisamente, con un salto logico notevole, a quella professionale autorevole e quindi più o meno retribuita [27].

Note

18) Dionigi, cit. [back]

19) R. Staglianò, Giornalismo 2.0, Milano, Carocci, 2002. [back]

20) G. Roncaglia, cit. [back]

21) A. Masera, “Nella nuova blogosfera si espande il narcisismo”, Tuttolibri, inserto de La Stampa, 19 aprile 2003. [back]

22) P. Di Stefano, “Ho scritto t’amo sul blog”, Il Corriere Della Sera, 20 agosto 2003. [back]

23) C. Annese, “Bloggers: quale informazione?”, http://fuoridalcoro.blogspot.com, 15 gennaio 2003. [back]

24) G. Roncaglia, cit. [back]

25) C. Annese, “Bloggers: quale informazione?”, http://fuoridalcoro.blogspot.com, 15 gennaio 2003. [back]

26) C. Annese, “Bollini e banane”, http://fuoridalcoro.blogspot.com [back]

27) M. Mantellini, in Dionigi, cit., p. 80. [back]