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Antonio Caronia


Antonio Caronia

Antonio Caronia (1944) vive e lavora a Milano, dove insegna “Sociologia dei processi culturali” e “Comunicazione multimediale” all’Accademia di Belle Arti di Brera, “Estetica dei nuovi media” e “Antropologia dello spazio” alla NABA. È Director of Studies del M-Node del Planetary Collegium di Plymouth.

La sua ricerca riguarda la teoria della comunicazione, l’immaginario scientifico e tecnologico, il rapporto fra immaginario e movimenti politico-sociali. È interessato agli effetti sociali e politici dell’innovazione tecnologica e agli aspetti estetici del comportamento sociale in relazione alle nuove tecnologie.

Collabora a L’Unità, D'Ars, Cyberzone, Digimag. È autore di Il cyborg (Theoria 1985; nuova edizione ShaKe 2008), Il corpo virtuale (Muzzio 1996), Houdini e Faust. Breve storia del cyberpunk (con D. Gallo, Baldini&Castoldi 1997), Archeologie del virtuale (Ombre corte 2001), Philip K. Dick: La macchina della paranoia (con D. Gallo, X Book 2006), Universi quasi paralleli (Cut-up, 2009). Ha curato L’arte nell’epoca della producibilità digitale (con E. Livraghi e S. Pezzano, Mimesis 2006), Un'ambigua utopia. Fantascienza, radicalità e ribellione negli anni '70 (con G. Spagnul, Mimesis 2009), Filosofie di Avatar. Immaginari, soggettività, biopolitiche (con A. Tursi, Mimesis, 2010)

 

Da quanti anni insegna nell'ambito delle culture e arti tecnologiche? In questi anni ha visto dei cambiamenti nelle nuove generazioni di studenti?

Insegno nelle accademie da circa nove anni. Prima di allora (sino al 1990) avevo insegnato circa diciotto anni nelle scuole secondarie superiori, ma insegnavo matematica, quindi le tematiche sono comunque molto diverse. Non mi pare di aver notato cambiamenti sostanziali nell’atteggiamento dei miei studenti nei nove anni di insegnamento nelle accademie. La maggiore “coscienza politica” che mi pare di notare negli ultimi due/tre anni è dovuta secondo me più a fattori ambientali che a un cambiamento generazionale.

Solo recentemente in Italia si sta assistendo ad un forte interesse verso le tematiche riguardanti le arti tecnologiche. Secondo lei, siamo pronti a competere a livello internazionale da un punto di vista quantitativo e qualitativo dei progetti?

Naturalmente no, come è dimostrato dai risultati. L’interesse per le arti tecnologiche è ridicolmente basso nelle scuole e in tutto il sistema formativo, nei media, nel sistema della cultura, nel mondo politico, nel sistema economico. Non abbiamo leggi che incentivino questo tipo di ricerca (come anche la ricerca in genere – è un fatto ampiamente noto). L’attenzione alle arti tecnologiche da parte dei musei di arte contemporanea (quei pochi che ci sono in Italia) è sporadica e non continuativa: le eccezioni (GAM di Gallarate, PAN di Napoli) sono poche e scarsamente influenti. Spesso quei pochi artisti e ricercatori che comunque emergono nel panorama italiano cercano all’estero condizioni più favorevoli al proprio lavoro (pensiamo a Jaromil, Bazzichelli, Molle industria, Deseriis). In parte questo è frutto di un ritardo nella diffusione delle tecnologie digitali in Italia rispetto ad altri paesi sviluppati (ritardo differenziato: è stato così per i computer, per esempio, ma non per i telefoni cellulari), ma ormai questo ritardo mi pare almeno in parte colmato. A livello del consumo di tecnologie – specie fra i giovani – siamo più o meno al livello di altri paesi. È sul terreno della ricerca e della produzione che siamo indietro. Consumiamo molta tecnologia digitale (sarebbe impossibile il contrario), ma ne produciamo pochissima. E non avendo un apprezzabile livello di ricerca tecnologica, è difficile che si sviluppi una cultura tecnologica, quindi anche una cultura delle arti tecnologiche.

Viviamo in un paese ricco di tradizione artistica. Il peso della cultura che ci trasciniamo è un limite per l'innovazione e la ricerca tecnica e artistica, o può essere un punto da sfruttare a favore?

In effetti questa a me pare una delle cause del nostro ritardo. È quasi impossibile che il sistema pubblico o privato destini risorse apprezzabili alla ricerca su arti e tecnologie quando tutto l’immaginario, i media, la stessa “opinione pubblica”, diciamo il “comune sentire” in senso lato, sono concentrati sulla salvaguardia di un patrimonio artistico del passato, che è certamente imponente, e merita ovviamente di essere salvaguardato, ma obbiettivamente sottrae attenzione alla ricerca su attività più legate al presente e alla sensibilità del contemporaneo. Ma una tale “sensibilità del contemporaneo” in Italia è confinata a gruppi ancora più ristretti e impotenti che in altri paesi.

Le istituzioni deputate all'istruzione e alla ricerca sono all'altezza del proprio ruolo? Sono insufficienti, o addirittura ostacolo per svolgere una buona attività formativa?

Vale quanto ho risposto prima. Tranne lodevoli eccezioni, le Accademie in Italia sono in mano a pittori, scultori e scenografi falliti, che trascinano stancamente gli allievi (pochi) che riescono ancora ad abbindolare in un analogo e futuro destino di fallimento. Purtroppo, anche i pochi Dipartimenti e Scuole di Nuove tecnologie o Media Design o Arte mediale nati in Italia negli ultimi dieci anni abbondano di “artisti multimediali” falliti (o mai decollati). Parlare di ”attività formativa” per la gran parte delle accademie in Italia è un ridicolo eufemismo. Paradossalmente, dalla forzata introduzione del deprecabile sistema del “3+2” e in genere del cosiddetto “processo di Bologna” nella Accademie, era nato un effetto collaterale positivo, e cioè la messa in soffitta della logica del “maestro unico”, del corso fondamentale gestito sul modello della “bottega d’arte”, dove l’allievo/a imparava con lunghe ore di pratica a introiettare lo “stile” e il modus operandi del maestro: l’esposizione dell’allievo/a a più corsi, il suo entrare in contatto con una pluralità di esperienze, punti di vista e metodologie diverse poteva attivare in lei/lui percorsi virtuosi di apertura e di conoscenza. Mi pare che tutto ciò stia per finire con le recentissime disposizioni del CNAM che reintroducono dalla finestra il “maestro di bottega” cacciato dalla porta, con l’imposizione del megacorso triennalizzato da 12 crediti.

Quali motivazioni vede nella maggior parte dei suoi alunni? Sono generalmente spinti da intenti di carattere artistico, sociale, espressivo , filosofico, o professionale?

Professionale, nella grande maggioranza dei casi. Non vedo grandi differenze tra Brera e Naba. Non è un fatto totalmente negativo, se significa l’abbandono del miraggio romantico dell’”artista”. Lo è se significa accettazione beota e supina delle “logiche di mercato”.

In un ambito di insegnamento artistico e/o professionale, è giusto imporre un metodo/visione totalizzante, oppure è preferibile dare una certa libertà intervenendo solo con suggerimenti?

Ho in orrore il termine “educazione”. Io non voglio “educare” (cioè coartare) nessuno. Quindi, nessuna imposizione di visioni totalizzanti. Al tempo stesso, però, l’insegnante non può – neppure se lo volesse – rinunciare alla parzialità del proprio punto di vista. L’unica scelta possibile (e comunque la mia) è dunque quella di esporre e sviluppare questo punto di vista, argomentandolo nel modo migliore possibile, ma mai presentandolo come l’unico possibile. No alla logica degli universali, sì alla parzialità e alla sincerità dei “saperi situati”. L’allievo/a deve essere messo/a nelle condizioni di sviluppare il proprio percorso autonomo.

Su cosa si basano in particolar modo le sue valutazioni didattiche (esami, prove, ecc. ...)? Nelle conoscenze acquisite, nella capacità di ragionamento, nell'esposizione formale delle competenze, nella sensibilità artistica, o cos'altro?

Insegno delle materie teoriche. Le mie valutazioni non possono che basarsi sulla capacità di ragionamento autonomo e di argomentazione di tesi che spesso non condivido. Credo che la conquista di un’autonomia da parte dei propri allevi sia lo scopo principale a cui deve tendere un insegnante.

Quali consigli darebbe a chi vuole iniziare a studiare in ambito artistico/culturale i new media e le nuove tecnologie? Quanto è importante insegnare agli studenti il metodo? Per metodo intendo progettuale, e cognitivo nell'approccio alla teoria. Quale metodologia e/o deontologia professa? Come struttura generalmente il suo programma didattico? Quali metodi didattici utilizza per le sue lezioni?

Confesso di essere un insegnante molto tradizionale. Faccio lezioni frontali, poi sollecito dibattiti che quasi mai si realizzano. Cerco di suscitare interesse per gli argomenti che propongo con l’ampiezza dei riferimenti e la passione dell’argomentazione. Poi sta allo studente leggere, riflettere, approfondire, e se è il caso abbracciare tesi o metodi alternativi ai miei.

Nel mondo della rete, ma non solo, si sta assistendo alla consacrazione del prosumatore (produttore/consumatore di contenuti). Tutti siamo artisti, tutti partecipiamo all'attività produttiva. Da un punto di vista professionale e/o artistico come si dovrebbe rapportare a ciò uno studente? Quali strumenti gli vengono offerti per distinguersi nel proprio lavoro? Le generazioni che sono nate in una cultura fortemente “televisiva” soffrono generalmente di una incapacità critica nei confronti dei contenuti e delle forme che gli vengono proposte. Ha notato anche Lei questo, nei suoi studenti? Il metodo educativo dovrebbe contrastare o adattarsi a questa situazione?

L’affermazione è vera solo in parte. L’avvento di Internet ha un po’ trasformato questa situazione, senza però correggere del tutto la fiducia acritica nelle fonti. Alle lezioni, quando c’è una connessione, spesso diversi studenti controllano in tempo reale le affermazioni dell’insegnante cercando riscontri sulla rete. Wikipedia si è trasformato in un generatore di standard informativi, senza spesso – però – averne l’autorevolezza. Se l’atteggiamento di sottoporre a verifica le affermazioni del professore è sano e utile, non lo è altrettanto l’abitudine di considerare oro colato la prima affermazione che si trova in rete. Io mi sforzo di suggerire il metodo della verifica, della collazione e del vaglio delle informazioni.

Nei corsi che riguardano le arti tecnologiche approdano studenti che provengono dai percorsi di formazione più disparati. Come si riescono a gestire queste eterogeneità? Quali meccanismi vengono predisposti per fare fronte a lacune tecniche o teoriche?

È un grosso problema. Non credo ci siano soluzioni valide universalmente. Si perde un sacco di tempo a cercare di recuperare scarti di cognizioni, metodi ed esperienze fra gli studenti e le studentesse. Una soluzione starebbe forse nel favorire gli scambi fra gli studenti stessi. Creare gruppi di lavoro in cui gli studenti che vengono da filosofia spieghino Platone a quelli che hanno fatto l’artistico, e chi sa programmare lo insegni a quelli che vengono da lettere.

Recentemente la forma di workshop viene molto utilizzata sia in accademie e istituzioni sia in altri contesti, ma non è ancora molto chiaro il vero ruolo e funzionamento. Cosa è e cosa dovrebbe essere secondo lei un workshop? Quali aspetti positivi e quali aspetti negativi offre?

Un workshop è una forma di insegnamento/apprendimento tramite esperienza. Lo trovo molto utile. Da anni vagheggio la possibilità di mettere in piedi dei “workshop di teoria”, ma forse il compito è troppo difficile anche per me.

Quale dovrebbe essere, secondo lei, la funzione artistica nel panorama contemporaneo?

Dissolversi nel sociale. Diventare “artivismo”.

L'autoformazione è una pratica che nasce dall'esigenza di avere una struttura formativa che non sia istituzionalizzata, e estranea a determinati meccanismi centralizzati. Potrebbe anche essere considerata una reazione di sfiducia nei confronti delle istituzioni educative. Anche in ambito artistico esistono questo genere di realtà (il S.A.L.E. di Venezia, ad esempio). Lei cosa pensa di questa alternativa forma didattica? Quali aspetti positivi e/o negativi si porta?

Ne penso tutto il bene possibile. Infatti partecipo attivamente alle attività di autoformazione degli studenti di Nuove Tecnologie di Brera. Gli aspetti negativi sono ampiamente compensati da quelli positivi.

Lei insegna sia in un'accademia pubblica che in una privata. Per loro natura presentano notevole differenze sotto molti aspetti. Quali sono i punti a favore di una, e quali dell'altra?

A favore di Brera: l’informalità del contesto, la maggiore vivacità dell’ambiente studentesco, la presenza di esperienze e punti di vista politici in conflitto. La libertà è più “sostanziale” che in Naba.

A favore di Naba: la migliore organizzazione, e il programma più ampio di conoscenze e contatti con esperienze esterne che offre.

Una delle conclusioni a cui sembra si arrivi, nelle sue lezioni, è l'impossibilità per l'uomo di arrivare ad una conoscenza onnicomprensiva della realtà. E' il linguaggio, o l'intento conoscitivo stesso, a determinare i paradigmi del nostro modo di concepire la realtà. La funzione linguistica è quindi la materia base. Pensando a questo, quale metodologia didattica può risultare più efficace? Quale forma di “linguaggio” dovrebbe essere strutturale nel trasmettere le conoscenze?

La parola, ovviamente. La parola viva, che sia capace di esporre se stessa a tutti i rischi e le differenze di cui è portatrice. Anche in una scuola d’arte. Naturalmente, per me questo deriva dal fatto che non sono un artista visivo.