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Tecnologie e Società

 

La multidimensionalità
di Alessia Maria Michela Giurdanella

 

In primo luogo, vorrei informare coloro che seguono Noema assiduamente che la mia lunga assenza è stata determinata dalla necessità di sviscerare alcuni argomenti a me molto cari, attività che mi ha coinvolto a tempo pieno per quasi un anno (anche considerando che la ricerca in Italia è perlopiù autofinanziata dalle famiglie...).
Vorrei ora condividere alcune mie scoperte con tutti i lettori di Noema e quanti troveranno la materia di proprio interesse.

Sebbene nel presente scritto siano presenti in nuce già alcuni tratti essenziali di quanto verrà descritto accuratamente nelle prossime settimane, tuttavia è di fondamentale importanza affrontare ciascun argomento singolarmente, ognuno dei quali concorrerà a formare il quadro completo. Può darsi che sarò anche tacciata di presunzione e forse dichiarata non completamente assennata, ma i tempi sono sufficientemente maturi perchè queste mie considerazioni vengano alla luce senza nuocere alcuno.

Si viene ad analizzare il concetto classico di quarta dimensione. Non ritengo necessario riportare la teoria scientifica secondo la quale la quarta dimensione coinvolge la categoria tempo (in modo piuttosto confuso direi), sufficientemente notoria ai più. Provando ad interpretare detta teoria, ho trovato quanto fosse piena di lacune ed affatto corrispondente al vero.

La categoria tempo va preliminarmente considerata semmai una costante nello sviluppo delle dimensioni e non uno status della quarta dimensione (per quanto mi riguarda – sarà perché ormai ho una certa età! – il tempo è soltanto una convenzione molto utile ad incontrarsi...)..
Ciò premesso, è molto più semplice pensare che una realtà a quattro dimensioni sia quella che viviamo costantemente tutti i giorni che, anzi, si esplica in una moltitudine di dimensioni. Vediamo come.

Prendendo più di uno spunto dal famoso libro di Ivars Peterson, Il turista matematico che si occupa di alcuni dei più macroscopici dubbi degli scienziati contemporanei, ho notato come la quarta dimensione venga solitamente costruita prendendo un corpo a 3D trascinandolo nel tempo. Ad esempio, prendendo una sfera e trascinandola nel tempo, questa diventa un’ipersfera che simbolicamente assomiglia ad una specie di ciambellone. E così via per tutti gli altri corpi solidi.
Se invece consideriamo il tempo una costante e proviamo a costruire una realtà a 4D che prescinde dal tempo, possiamo porre un corpo a 3D al centro della nostra attenzione. Aggiungendo un qualsiasi altro punto a riferimento nello spazio, ad esempio il punto di vista dell’osservatore, abbiamo già costruito una struttura a 4D. Se ad esempio prendiamo un altro punto nello spazio – ad esempio un altro osservatore che osserva il primo osservatore che osserva il corpo a 3D – abbiamo già una prospettiva più accurata, più ampia, più complessa, decisamente più strutturata che può essere indicata come una visuale a 5D.

Un altro termine che concorre a spiegare il concetto appena illustrato, ci è fornito da un altro dubbio reperibile nel medesimo libro di Peterson che riguarda l’impossibilità di racchiudere i numeri primi in una legge omnicomprensiva e sempre valida che ci permetta di sapere quale sarà il prossimo numero primo. Sinora sono stati formulati alcuni programmi che riescono a prevedere numeri primi di moltissime cifre, ma resta comunque ancora impossibile stabilire una vera e propria legge matematico-scientifica che consenta di conoscere quale sarà il numero primo successivo senza il bisogno di tentare tutte le possibili scomposizioni a livello puramente meccanico.
Il che, già dovrebbe far intuire quale possa essere la valenza dei numeri primi.

In ogni caso, la mia attenzione si è focalizzata sull’ordine dei numeri, considerandoli come una specie di codice Morse: ad ogni numero scomponibile viene associato un “vuoto” e ad ogni numero primo viene associato invece un “pieno”.

Leggendoli in ordine, vediamo come i primi numeri siano tutti “pieni” (o primi) e ci danno l’idea prima del vuoto, poi di un punto, poi di una linea, poi di una figura (0, 1, 2, 3). Segue poi un numero “vuoto” ovvero il 4, scomponibile.

Ciò può ad esempio significare che uno spazio mentale tra diversi corpi materiali ci consente di costruire una struttura più complessa, come ci viene indicato dal numero successivo, il 5, che è numero primo e si pone come vertice della piramide a 3D.

Il procedimento (se ancora non siete impazziti!) funziona all’infinito, ove i numeri primi si pongono più o meno come “pietre miliari” di nuovi sistemi complessi, cioè pensabili.
Ad esempio, vediamo che il 6 non è primo, ma il 7 sì. Quindi è ancora necessario porre uno spazio e ancora un punto nello spazio per poter osservare “dall’esterno” la nuova struttura “pensabile”, come difatti è stato ipotizzato all’inizio a proposito dell’osservatore.

Vediamo che in questo modo abbiamo una traccia più che valida che ci permette di comprendere il concetto di ultradimensione, data appunto dall’alternarsi di numeri “pieni” e “vuoti”.
I numeri primi stanno anche a testimoniare, a mio modesto parere, che la scienza da sola non è sufficiente a comprendere tutti i fenomeni inerenti la natura nel suo complesso, ma necessita invece di interagire con molte altre discipline (non ultime quelle orientali!) per essere metabolizzata dal cervello umano che, ricordiamolo, nel nostro caso – come diceva Einstein – viene sfruttato soltanto al 10-12 % delle proprie possibilità.

Le mie prime intuizioni sui numeri e sulle dimensioni risalgono al periodo degli studi giuridici, precisamente nel 1993 - dopo aver letto Peterson – le quali sono state ribadite nella mia tesi di laurea nel 2000 a proposito del diritto come manifestazione della (dea) giustizia, la quale è a sua volta manifestazione dell’equità divina, sulla base di un testo latino intitolato Epithalamium Beatae Virginis Mariae di Giovanni di Garlandia, vissuto a Parigi nel XII secolo. Così come il complesso di norme giuridiche – il diritto – è manifestazione di un senso superiore di giustizia, così la realtà è manifestazione del pensiero nella sua essenza. Così come la norma va applicata al caso concreto (il quale ha solitamente caratteristiche estremamente individuali nella sua manifestazione), così la logica dei numeri o, se vogliamo, la “regola dei numeri” nella sua essenza primigienia può essere uno dei tanti modi per descrivere la realtà fisica.

Seguendo quanto appena sostenuto, diventa di gran lunga più semplice individuare la multidimensionalità della nostra esistenza, che è certamente molto più complessa di una visuale a 3D, visto che – tra l’altro – i nostri piani di osservazione sono molteplici e assolutamente non riducibili ad un livello essenzialmente logico, in quanto è indubitabile che anche ad esempio il nostro inconscio – così come lo chiamano gli psicologi, non ultimo Freud – concorre nella percezione della realtà.
Non volendo poi parlare di cuore o di anima.














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