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Tecnologie e Società

 

Dare corrente al cervello
27/04/2010

Andrea Lavazza

Nuove tecniche di stimolazione cerebrale si candidano a trattare con successo molte patologie neurologiche, dal Parkinson all'Alzheimer fino ai disturbi ossessivo-compulsivi e alla depressione.

Prendere una scossa elettrica è un'esperienza dolorosa. A volte mortale. Ma ha anche un senso metaforico: ricevere una sferzata d'energia (al confine con il senso primario della parola, legata allo scuotimento fisico) ci stimola ad agire o ci fa riprendere dall'apatia. Di solito il progresso tecnico è più rapido dell'affermarsi dei modi di dire (si dice ancora «ingranare la quarta», quando ormai le auto hanno sei marce), ma le immagini legate all'elettricità sono più che mai adeguate. E in senso positivo.

Sappiamo che il nostro cervello funziona attraverso meccanismi elettrochimici, non fosse altro perché uno degli esami più comuni è proprio l'elettroencefalogramma (EEG), che registra i flussi di corrente risultanti dalla somma dei potenziali postsinaptici eccitatori e inibitori dei neuroni corticali. Messo a punto da Hans Berger, che lo sperimentò nel 1924 sul figlio Klaus, in precedenza operato con una perforazione cranica, l'EEG deve i suoi presupposti teorici agli studi pionieristici di Luigi Galvani prima e di Richard Caton poi, che dimostrarono l'attività elettrogenica degli organismi viventi, sebbene l'uso dell'elettricità in campo medico fosse diffuso sin dall'antichità (nel II secolo Galeno consigliava le scariche di torpedine per la cura di numerose malattie e Jean-Antoine Nollet suggerì nel Settecento l'elettroterapia per la riabilitazione motoria e le affezioni nervose). L'uso diagnostico dell'elettricità ha successivamente aperto la via alle moderne applicazioni terapeutiche.

Tratto da "Le Scienze" online

http://www.lescienze.it/














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