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Tecnologie e Società

 

Come funziona, se funziona, il digitale terrestre
Francesco Cisternino

 

In tempi di legge Gasparri, la nuova parola d'ordine della televisione sembra essere diventata una sola: digitale terrestre. Presentato ufficialmente come soluzione alternativa alla tv analogica tradizionale, il nuovo sistema introdurrà gli italiani ad un'offerta televisiva più ampia e all'uso di servizi innovativi da un punto di vista tecnologico, soprattutto in virtù di una circostanza dettata dalla legge: l'obbligo de facto per i broadcaster italiani a muoversi in questo senso. E però fra la teoria e la pratica c'è sempre una certa differenza, per cui occorre farsi qualche conto sugli obiettivi che si vorrebbe perseguire e quelli realizzabili. Lo scarto fra i due, almeno in queste settimane, sembra essere un po' troppo ampio e vediamo perché.

Cominciamo con qualche ragguaglio tecnico: il digitale terrestre non costringe l'utente stanco della solita tv via etere a munirsi di antenna parabolica e decoder, con tanto di costosi abbonamenti connessi come è necessario per la tv satellitare, perché il segnale parte in codice binario ma dai tralicci consueti e necessita solo di un set top-box da collegare al proprio televisore. Attraverso un sistema di compressione e decompressione, è possibile ricevere più canali su un'unica frequenza e questo dettaglio è importante perché diventa possibile usare uno spettro minore delle frequenze con un totale di canali ben più ampio. Potrà continuare a ricevere le emittenti locali, che tenderanno a consorziarsi e nello stesso tempo canali stranieri prestigiosi. In più, ci saranno veri e propri servizi.


Quali sono queste novità?

In un interessante articolo comparso sul Foglio il 13 novembre 2002, Vittorio Pezzuto spiega che il ruolo della Rai sarà sin dall'inizio più diversificato e complesso rispetto agli altri operatori, sia riguardo l'offerta televisiva, sia sui servizi supplementari che il tipo di tecnologia permette: pagare bolli dell'Aci, ricevere informazioni sui movimenti del proprio conto corrente, addirittura comunicare quotidianamente al proprio medico curante dei dati importanti (ad esempio, il valore dell'insulina per i diabetici). Il ministero, ha spiegato il sottosegretario Giancarlo Innocenzi, punta sul fatto che l'età media dei fruitori della tv è più elevata degli utenti di Internet e dunque un'ampia fascia di teleutenti potrebbe accedere col telecomando piuttosto che mediante la tastiera del computer a nuove possibilità ad alto coefficiente tecnologico (incluso il cosiddetto T-government). E poi ci sono le tante reti tematiche del gruppo, che non vanno sottovalutate.

Per contro, gli altri operatori stanno lavorando su progetti più tradizionali, rivolti unicamente all'ampliamento dell'offerta televisiva: Mediaset ha da poco realizzato un accordo commerciale con BBC e AnicaFlash, La7 è in partnership con Mtv ed è ben equipaggiata con i gioielli del gruppo del quale è parte (Telecom, Tim, Tin.it, Virgilio). La qualità delle immagini e del suono andrà a migliorare per tutti, l'interattività prenderà forma, i programmi saranno gratuiti e solo i servizi supplementari a valore aggiunto tipo il video on demand saranno a pagamento. Le frequenze che verranno a liberarsi con lo spegnimento delle trasmissioni analogiche entro la data del 31 dicembre 2006 verranno utilizzate per altri scopi in combinazione con il nuovo sistema, non ultimi quelli riguardanti la telefonia mobile.


Meno facile di quanto sembri

I problemi da affrontare però sono imponenti. Siccome la trasmissione avviene comunque via etere e le frequenze sono già esaurite da molti anni, l'unica maniera in cui i broadcaster possono averle a disposizione è comprarle da emittenti locali, che a loro volta possono trasfomarsi in fornitori di contenuti. Vanno poi aggiornati gli impianti di trasmissione ove necessario, è necessario uno standard comune per tutti (si parla del MHP Interactive Broadcasting) e una interoperabilità di programmi e servizi interattivi; inoltre, cosa fondamentale, ci vuole la risposta effettiva da parte degli utenti. Tutt'altro che scontata, perché la legge non prevede incentivi e il ricevitore avrà un suo costo, non particolarmente elevato ma significativo (sotto i cento euro).

Gli operatori stanno sostenendo sforzi economici notevoli, nell'ordine di centinaia di milioni di euro nel giro di tre anni. Ci si chiede a questo punto se vi sia la possibilità che in un futuro non troppo remoto si possano intravedere dei profitti perché se questo non si verifica, l'intero progetto va a cadere. E i precedenti ci sono, è sempre Pezzuto ad elencarli con precisione (Il Foglio, 30 ottobre 2003): la piattaforma a pagamento ITV in Gran Bretagna è fallita, anche (ma non solo) per via dell'enorme numero di card piratate che erano entrate in circolazione. In Svezia, dove il governo non ha previsto facilitazioni per l'acquisto dei set top box, gli operatori non sono riusciti a guadagnare abbastanza con la raccolta pubblicitaria (nella gara erano stati favoriti i canali gratuiti), la concorrenza con la tv digitale satellitare era troppo forte e il progetto è stato accantonato. Altrove i risultati non sono stati di molto più brillanti, tutt'altro; certo, in Germania si stanno registrando dei risultati significativi, ma quello tedesco è un contesto di gran lunga più avanzato e rodato del nostro. La via italiana si distingue perché non è orientata al libero mercato duro e puro, ma vuole far partire il digitale per via legislativa usando la Rai come trainer; un eventuale insuccesso potrebbe avere ricadute pesanti, per via dell'obbligo da cui nasce l'iniziativa e oltretutto della sua scadenza, a brevissimo termine: nessun paese in Europa ha stabilito come l'Italia che già dal 31 dicembre 2006 le trasmissioni analogiche avranno fine.


Rapidi, rapidi!

Sull'argomento delle nuove tecnologie e del loro tempo di assorbimento, uno dei componenti dell'Autorità per le garanzie delle comunicazioni, Antonio Pilati, ha mosso una constatazione importante: "(...) Nella maggior parte dei casi per raggiungere l'80 per cento della popolazione sono necessari dai 7 agli 8 anni. L'ultimo 20 per cento richiede tempi molto più lunghi dei 5 anni fissati dalla legge. Tutto ciò implica che si abbassi il costo della tecnologia per le famiglie se si vuole avere lo switch off nel 2006. In Gran Bretagna si è parlato di un finanziamento per l'acquisto del decoder per ottenere il passaggio al digitale in una data più lontana della nostra, il 2010" (http://www.osservatoriotuttimedia.org/310.htm).
Questo cosa significa, che la Gasparri è pura fantascienza?
Che il Governo e il suo loquacissimo Ministro siano stati avventati, non c'è ombra di dubbio. Per favorire la diffusione del nuovo standard appare almeno necessario introdurre facilitazioni fiscali per gli operatori, già costretti per procura ad una innovazione forzosa (pena la revoca della licenza) e soprattutto delle condizioni economicamente accettabili per gli utenti (sebbene questi siano compiti, in realtà, non competenti al Ministero delle Comunicazioni); in altre parole, fare da tramite tra le parti in maniera discreta e meno dirigista.


Pluralismi veri e presunti tali

E qui arriva un punto ineliminabile: il Governo doveva farsi davvero garante del pluralismo sottraendo il controllo delle licenze al potere politico e ai suoi vizi. A ben vedere, infatti, la legge pone con la scusa delle garanzie del rispetto della concorrenza tutta una serie di limiti e prescrizioni minuziosissime per i tre soggetti previsti (fornitori di contenuti, operatori di rete, fornitori di servizi interattivi associati o di servizi ad accesso condizionato) che diventano nei fatti delle barriere all'entrata nel mercato. La direzione poteva essere quella opposta, all'insegna di una deregulation: tutti i soggetti nei diversi settori concorrono ad armi pari, zero limiti e niente concessioni governative, lasciando al mercato la possibilità di fare da regolatore e dando sicuramente poteri più radicali all'Authority competente. Le nuove tecnologie come questa, infatti, possono veramente garantire ad un numero considerevole di soggetti di affacciarsi nel campo delle comunicazioni, magari con partnership internazionali con soggetti grandi e piccoli: basti pensare al fatto che per i fornitori di contenuti è possibile prendere in affitto dagli operatori di rete singoli spazi anche di ore, su base locale o regionale, per cui più concorrenza si crea e più si abbassano i costi.

Un orientamento di questo tipo in verità non è ancora emerso in nessun paese europeo, ma il nostro Paese si trova in una condizione di duopolio televisivo schiacciante, un monopolio satellitare peraltro legittimato dalla Commissione Europea e per di più il conflitto di interessi macroscopico del Presidente del Consiglio, che non va dimenticato - ma neanche criminalizzato a ogni piè spinto. E' un problema, che può trovare soluzione nell'aumento, questo sì, indiscriminato dei soggetti operanti nel settore. E poi quando hanno voluto attuare norme rigide per il rispetto della concorrenza, i nostri governi sono andati incontro al disastro. Come dimenticare il caso di Europa 7, che pur avendo vinto la gara di assegnazione delle frequenze nel 1999 (in piena era dell'Ulivo, si badi bene) non ha mai potuto avvalersene per via della indebita presenza di Rete4? A nulla è valsa la sentenza del Tar del Lazio, ancor meno le pressioni della commissione europea. Certo, la Consulta aveva stabilito nel novembre dell'anno scorso che l'emittente del gruppo Mediaset doveva trasmettere sul satellite a partire dal gennaio 2004, ma guarda caso la legge Gasparri prevede un salvataggio specifico per Raitre e Retequattro ed è stata approvata a meno di un mese dal trasferimento coattivo. Un pasticcio all'italiana, insomma, in cui il centrodestra ha fatto il suo comodo e il centrosinistra sta conducendo una battaglia demolitoria, parecchio dubbia nelle argomentazioni e poco credibile per l'inattività totale che ha caratterizzato la precedente legislatura, quella in cui era protagonista. Buon vecchio satellite...


Per saperne di più:
Fondazione Ugo Bordoni,
Più cooperazione nella ricerca per una maggiore competizione sul mercato - Programma nazionale di ricerca per le Telecomunicazioni

http://www.osservatoriotuttimedia.org/310.htm
www.fub.it/fub/testi/programma.pdf














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