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Tecnologie e Società

 

Internet: from free to fee
Agnese Benassi

 

Il passaggio è sotto gli occhi di tutti da tempo: dopo la svolta del 1999, internet gratis per tutti, abbiamo assistito alla svolta del 2002, servizi internet a pagamento per tutti. Nonostante Alice che bussava alla porta con in mano un’Adsl a prezzi scontati, le ripercussioni della crisi della new economy iniziarono a farsi sentire anche a basso livello, tanto che pure il pluricitato utente medio si accorse che qualcosa non andava, che le cose stavano cambiando anche per lui.

Volendo partire da lontano, ricordiamo il boom degli sms gratis in bella vista su ogni portale che si rispettasse, servizio finito presto nelle retrovie, magari riservato solo agli utenti registrati, quando non eliminato del tutto. Alcuni di questi stessi portali poi ridussero drasticamente personale e iniziative, come Kataweb, mentre altre realtà subirono accorpamenti da parte di grandi compagnie, vedi Xoom, Tripod o la community di Atlantide, incorporata come Xoom da Virgilio con accorata e leggermente amareggiata e-mail di saluto spedita dai suoi creatori a tutti gli iscritti.

Gli economisti spiegarono che un grande business come quello delle e-mail ad esempio non avrebbe potuto continuare ad essere fornito gratuitamente, a fronte del fatto che così com’era il sistema non poteva reggere. Ecco allora che un grande server di posta elettronica come Hotmail iniziò con la proposta di offrire a pagamento extra storage per le e-mail; Altavista soppresse il servizio di e-mail gratuita, facendo pagare anche il servizio di reindirizzamento da altri account; successivamente invece, per far fronte alla crisi decise di puntare tutto sul rilancio come motore di ricerca, sospendendo tout court il servizio di posta, e rifacendosi un look Google-like; e tutto questo sembrò essere solo l’inizio.
Altri casi si possono trovare su www.theendoffree.com, che da tempo documenta il passaggio dal free to fee.

Si arriva così alla cronaca di questi giorni. Alla data dell'11 novembre 2003 Libero, Iol, Inwind (tutti e tre parte del gruppo Wind), hanno chiuso gli accessi al servizio di posta gratuito tramite POP a chi non ha una connessione Wind.
In pratica non è più possibile accedere alla posta tramite client, ma solo da web, a chi non ha un collegamento attraverso i canali Wind-Infostrada. Per questi utenti l'alternativa è guardare la posta solo tramite web o sottoscrivere un abbonamento annuale a pagamento per avere un servizio avanzato di posta con filtri antispam e antivirus.
Senza volersi addentrare nella scomodità di tale passaggio, e nelle modalità rudi con cui è avvenuto (per ulteriori dettagli vedi www.repubblica.it/supplementi/af/2003/11/24/primopiano/002hoffesa.html ), riparte da qui una nuova serie di considerazioni che già erano state fatte tempo addietro.

I segnali sono quelli di una inversione di tendenza a livello di massa; se già infatti si erano visti i contraccolpi del boom della new economy a livello di business, adesso si procede ad intaccare i servizi all’ utente, che sull'onda dello spirito con cui era nata la Rete erano gratuiti e accessibili. Abituati a questo modello, gli utenti si vedono ora chiudere le porte in faccia, e questo è preoccupante non solo per il fatto in sè, ma perchè di questo repentino cambio di strategie a livello di front-end i gestori dei servizi sembrano non curarsi. Detto in parole povere, se non hanno paura che gli utenti emigrino in massa verso altri servizi ancora free, questo vuol dire che l'inversione di tendenza sarà generale, inutile quindi farsi troppi problemi di fidelizzazione dei clienti.

La mancanza di considerazione verso la possibile reazione degli utenti provoca ai più molta irritazione. Ci dovremo abituare a tutto questo? Diventerà la normalità?

Sono le implicazioni che questo cambiamento di rotta comporta che può essere interessante indagare. Se i modelli di sfruttamento della rete avevano già fatto flop a livello di marketing aziendale, adesso lo stesso modello viene applicato ai servizi di base come la posta elettronica, ultimo baluardo del free in Internet. La maggior parte dei siti d'informazione sono ormai ad accesso limitato per chi non sottoscrive un abbonamento a pagamento: la CNN insieme ad altri come l’ABC news e testate come il Wall Street Journal hanno messo a pagamento l’approfondimento delle notizie , i contributi audio e video. Questo è molto indicativo del cambiamento in corso, se si pensa che internet è nata per la libera circolazione delle informazioni e del sapere. La scelta sembra di sicuro sensata se si considera il lavoro da retribuire che ci sta dietro, e non è qui in discussione la scelta o meno di rendere a pagamento i servizi su Internet, ma le conseguenze che questo comporta (e la mancanza di considerazione verso queste conseguenze): il tradimento della natura della Rete, degli scopi per cui era nata e della filosofia che ci sta dietro. Andare contro questa sua natura di condivisione dei saperi, accessibilità, libertà di cooperazione (e quindi connessione), non aveva pagato in un primo momento: che sia stato solo un calcolo errato di tempi? Che alla lunga sia questa la strada che 'paga'? Oppure ai lucchetti si continuerà a trovare una chiave alternativa (come questa per Libero, vedi http://liberopops.sourceforge.net/index.html)?

Se è stato facile usare Internet in modo libero, non è stato altrettanto facile capirne i meccanismi per farla funzionare commercialmente. Gli esperti dicono da tempo che il futuro sarà di una Internet a pagamento. Che sia questa la soluzione o sarà un altro errore di valutazione?

http://www.theendoffree.com
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2003/11/24/primopiano/002hoffesa.html
http://liberopops.sourceforge.net/index.html














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