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Tecnologie e Società

 

La normalizzazione di Internet
Il rapporto di Media Metrix

Mattia Miani

 

È ormai da alcuni anni che circola la teoria della normalizzazione di Internet. La teoria è semplice: dopo un periodo di “stato di natura”, anche su Internet si riprodurrebbero le relazioni di potere che caratterizzano il resto della società (e dei media). Ormai da ogni parte arrivano dati che confermano questa tesi. Internet si sta normalizzando.

Di solito la teoria della normalizzazione è stata utilizzata per studiare il livello di competizione fra i partiti. Secondo Margolis e Resnick, autori di Politics as Usual. The Cyberspace “Revolution” (Sage 2000), nei primi anni ’90 sul web, almeno negli Usa, i partiti minori avevano lo stesso grado di visibilità e sofisticazione in termini di web design dei partiti maggiori, ossia i Repubblicani e i Democratici. Tuttavia, già a partire dal 1996, la situazione era mutata a favore di questi ultimi. Analisi analoghe riguardo i partiti italiani e britannici (condotte da Newell, Gibson e Ward dell’University of Salford, UK) non hanno confermato la teoria. Tuttavia, si riferiscono a un contesto in cui Internet è a un livello di sviluppo più arretrato rispetto agli Usa.

Ma i dati più preoccupanti per chi ha paura dell’ipotesi della normalizzazione arrivano dalle analisi sul traffico ai siti web e sui comportamenti degli utenti. Per esempio, secondo Media Metrix, nel mese di marzo 2001 gli americano avevano trascorso on-line 107 miliardi di minuti. Il 50% di questo tempo era concentrato sui siti di soli quattro grandi conglomerati mediali (la cifra è citata in un intervento al Democracy Forum 2001). Sempre secondo Media Metrix, nel luglio 2001 il pubblico dell’informazione on-line era cresciuto del 14,7% rispetto al luglio dell’anno precedente. Tuttavia, la crescita non è stata uniforme fra tutti i mezzi di informazione on-line. A crescere sono stati soprattutto i siti che sono già in cima alle classifiche dei più visitati: Washington Post (il numero cinque dei siti di informazioni negli Usa), Latimes.com (il N. 8), CNN.com (il N. 2), MSNBC (il N. 1), ABCnews.com (N. 4), New Yok Times on the web (il N. 3). Ancora dati di Media Metrix riportati di recente dal New York Times mostrano un cambiamento nelle abitudini di navigazione ancora più sottile: il popolo della rete ha smesso di navigare e si è fermato in pochi porti sicuri. Nel 2000, il 60% degli utenti visitava in media più di 20 siti al mese. Nel 2001 questa cifra è pari a circa il 30%. Il tempo on-line aumenta, ma le mete diminuiscono. E a guadagnarci sono i siti di informazione già affermati, specialmente quelli che possono contare su marchi consolidati off-line.

Due avvertenze. Primo, questi dati si riferiscono al mercato americano, dove oltre il 50% della popolazione è on-line. Probabilmente più la popolazione on-line assomiglia a quella off-line, più anche la politica economica delle relazioni nei due mondi tenderà ad assomigliarsi anche in Europa. Secondo, al di là delle questioni sociologiche, ci sono delle ragioni squisitamente cognitive che portano a prediligere poche fonti di informazione consolidate. Negli ultimi anni a crescere non è stato solo il pubblico, ma anche la quantità di informazioni disponibili in rete. Davvero navigare a vista non è più possibile e per non perdersi bisogna pur far riferimento a qualche portolano.

http://www.jup.com/company/pressrelease.jsp?doc=pr010604
http://www.idea.int/2001_forum/media/mrt_papers/james_ledbetter.htm














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