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Tecnologie e Società

 

Un gesto per Gesti Vocali
Laura Gemini

 

Brevi note da spettatore partecipante allo spettacolo di chiusura della scuola SUPSI di Lugano

C’è una specie di strano e affascinante paradosso che attraversa le forme espressive del contemporaneo. Laddove la dimensione tecnologica e mediale caratterizza in maniera potente immaginari, estetiche ed esperienze di fruizione lo spettacolo dal vivo sembra recuperare in qualche caso una parte importante del terreno perduto nel confronto con le produzioni dei media mainstream.

È in questa cornice interpretativa che potrebbe essere colta, in primissima e semplificata istanza, un’impresa come quella realizzata dalla SUPSI di Lugano – Ensemble ‘900 del Conservatorio della Svizzera Italiana, Scuola Teatro Dimitri, Corso di laurea in Comunicazione visiva – domenica 18 aprile 2010 e intitolata Gesti vocali. In sintesi: l’allestimento e la realizzazione di uno spettacolo rigorosamente dal vivo per chiudere un ciclo di studio e lavoro di una scuola che si definisce, a giustissimo titolo, “professionale”.

Gesti
La grafica dell'evento, realizzata dal gruppo diretto da Felix Humm



La dimensione dal vivo – che nella definizione di performance è già per Richard Schechner la questione irrinunciabile – assume qui, in questo tipo di occasioni, una valenza particolarmente interessante per il suo carattere mediologico ossia per quel tipo di analisi che connette lo statuto comunicativo di una società con il suo carattere strutturale.

Se pensiamo infatti che esista un rapporto di co-evoluzione fra le forme della performance culturale, il tipo di società in cui si realizzano e le forme della comunicazione che permettono alle società di funzionare allora non possiamo non considerare la perfomance ibrida – che integra linguaggi e logiche espressive diverse – come la forma più adatta alla società-mondo e alla complessità dello scenario comunicativo che abitiamo. Detto altrimenti: il carattere ibrido della performance si sviluppa in un ambiente comunicativo complessificato dalle tecnologie mediali di cui assume le logiche oltre, o addirittura contro, l’utilizzo degli strumenti a fini espressivi.

Sta di fatto che, senza andare troppo lontano, capiremmo molto poco del lavoro delle Avanguardie artistiche se non tenessimo in considerazione il fatto che nel confronto con l’evoluzione tecnologica e mediale della società moderna si è imposta la ricerca di nuove relazioni fra l’efficacia del rituale, della cultura orale, e l’intrattenimento garantito dai media evolutisi con la scrittura. Il che significa che oltre all’idea di opera è proprio la definizione di esibizione dal vivo ad assumere un carattere più ampio rispetto alla “semplice” compresenza fisica delle persone e a stimolare la revisione di questo concetto e delle sue pratiche in quella chiave partecipativa e convergente che si impone con il digitale e le sue logiche.

La
La prima installazione



Il pubblico insomma ha preso parte a una “performance espansa” in cui l’allestimento dello spettacolo non solo prevedeva una drammaturgia basata sull’integrazione di testo, musica, gesto attorale, danza, proiezioni video (realizzate dal gruppo diretto da Franco Cavani), ma includeva il pubblico attraverso le installazioni interattive sistemate nei corridoi della sala, per captare e tradurre in suoni i movimenti di chi andava e veniva, e nel foyer. Qui una prima postazione riprendeva e trasformava le immagini degli utenti, una seconda permetteva di produrre sullo schermo del computer immagini e suoni prodotti dall’oscillazione delle proprie mani e una terza creava col movimento del corpo sonorità legate allo spettacolo. Senza dimenticare la postazione da cui accedere alla piattaforma web e al lavoro sempre realizzato dal gruppo diretto da Pier Luigi Capucci consultabile all’indirizzo www.cvbox.ch/webox.

La
Particolare della seconda installazione



Se dal punto di vista più concreto non c’è dubbio sul fatto che l’impresa di Gesti Vocali sia legata al dare prova delle competenze apprese e del lavoro della scuola diretta da Cecilia Liveriero Lavelli, è pur vero che la scelta di procedere in una direzione invece che in un’altra può essere letta come una risposta alla necessità di costituire una forma comunitaria che agisca nello spazio della performance. Uno spazio quindi che non è solo quello del teatro, luogo dello sguardo, ma dell’interazione di corpi – umani e macchinici – in relazione. In qualche modo rituale.

Luciano
Luciano Berio, A-Ronne, 1975



Ma c’è anche lo spettacolo naturalmente. L’ambiziosa e riuscita messa in scena di due opere - Glossolalie 61 (del 1961) di Dieter Schnebel e A-Ronne (del 1975) di Luciano Berio su una poesia di Edoardo Sanguineti – che rappresentano il senso della ricerca artistica degli anni Sessanta e che presenta ancora uno spirito attualissimo come dimostra molta della sperimentazione anche teatrale degli ultimi tempi. L’urgenza pare essere ancora quella di riflettere sul rapporto fra musica, suono, parola, corpo.

Sulla voce e sulla sua traduzione in gesto come comportamento vocale appunto. Al di là dell’egida del testo scritto e lineare di una certa arte borghese verso la teatralità della parola, da un lato, e della tensione verso la presa di parola del corpo attraverso la voce con la sua potenza analogica e religiosa, dall’altro lato. Religiosa nel senso del re-ligo ossia del legame con l’altro, della solidarietà fra corpo e mente individuale e di conseguenza con il corpo collettivo che contiene, o cerca di contenere, quell’individuo.

Dieter
Dieter Schnebel, Glossolalie 61, 1961



In questo quadro la dimensione visiva, che nella congiuntura irrinunciabilmente visuale della nostra cultura resta un punto fermo dell’esperienza, rientra nella drammaturgia come parte recitante, come elemento funzionale e non meramente decorativo. Non tanto saturazione percettiva quindi ma necessità di interrogarsi sullo statuto della comunicazione contemporanea. Che poi vuole dire sul nostro modo di stare oggi al mondo.




Gesti vocali è un progetto concepito da Giorgio Bernasconi (e realizzato poi da Francesco Bossaglia, Jean-Martin Roy, Cecilia Liveriero Lavelli e Franco Cavani), che propone un percorso interdisciplinare in cui la libera dimensione creativa incrocia poesia, musica, recitazione, improvvisazione, mimo, immagini animate e interattive, grazie alla collaborazione tra il Conservatorio della Svizzera italiana di Lugano, la Scuola Teatro Dimitri di Verscio e il Corso di laurea in Comunicazione visiva del DACD.

Ensemble ’900 del Conservatorio della Svizzera italiana
Fisarmonica: Thomas Guggia
Pianoforte: Matteo Sarti
Percussioni: Davide Poretti e Leandro Gianini
Direttore d’orchestra: Francesco Bossaglia

Scuola Teatro Dimitri
Attori:
Laura Belli Sara Bocchini Jonas Christen Micha Goldberg David Labanca João Pinheiro Céline Roucher Manuel Schunter Francesca Tasini Lea Vettiger Florian Vuille
Regia: Daniel Bausch
Lavoro vocale: Antonella Astolfi
Tecnico luci: Felix Leimgruber

Corso di laurea in Comunicazione visiva
Animazione:
Mileva Albertini Ivo Bomio Laura Chiesa Laura Donato Julien Garbani Bruno Machado Francesca Motta Alessia Passoni Tina Rebula
Supervisione: Franco Cavani e Yan Hirschbühl

Grafica:
Antonio Bertossi Marika Bricchi Samantha Broggi Danilo Fieschi Fabrizia Gendotti Francesca Micheloni Emma Nava Lorenzo Orlandi Mattia Pera
Supervisione: Felix Humm, Marco Zürcher e Olivia Blum

Interazione, web:
Catherine Bartocci Dario Ferrini Lea Mazzoleni Manuela Miksa Linda Rossini Sebastiano Zumstein
Supervisione: Pier Luigi Capucci e Fulvia Lepori

http://www.cvbox.ch/webox/














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